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Untitle


mi guardai ripopolare i sogni degli stessi inseguimenti e come sempre poi scoprivo che

chi mi difendeva era quello che voleva farmi più male... ma all’inizio non lo sapevo.

e rividi ritrasformare il mio malessere in notti insonni e le grida che avrei dovuto fare e che

non facevo in stanchezza il giorno dopo.

Passavo il tempo a disfare quello che di me avevo fatto. dovevo recuperare. senza più conoscenze che non erano mie o esperienze che non avevo fatto e pensieri non propriamente miei e perfino fantasie che chissà dove avevo copiato. volevo disfarmi e ritrovarmi.

mi accorgevo che un malessere mi privava della gioia di stupirmi e godere della compagnia di altre persone come me stratificate in mondi acquisiti e per le quali avevo ammirazione.

a volte quella strana “cosa” mi spingeva da dentro e non gli davo retta ma se insisteva riusciva a trasformarsi. ed ecco che al buio e non necessariamente ad occhi chiusi mi figuravo una enormità di pixel; avevano forme di lamette, siringhe e fuoco.

nudi. crudi. pesanti. decisi e senza alternativa;

mi si fissavano nella testa e mi davano pace solo se uscivano.

è proprio il caso di dirlo: mi davano pace.

altre volte seguivo movimenti e sequenze di frame in animazioni che visualizzavano me, una parte di me, un frammento di un frammento di qualcosa impresso dentro al cuore.

e mi davano pace quando uscivano.

qualcuno definì queste cose arte e me lo ricordo bene perchè ricordo la gratificazione che ne derivò; ma in ogni pezzo di quell’ “arte”, di mio c’era tecnica e c’era una ferita.

Io non amo viaggiare ma immagino che assistere a come il cervello trova sempre vie alternative per comunicare cose che consciamente si vorrebbe soffocare deve fare lo stesso effetto che fa trovarsi negli spazi immensi della regione del Mustang dove ti meravigli dell’aria, il fuoco del sole sulla pelle, del contatto dei piedi con la terra, la violenza dell’acqua, dove ti meravigli dell’immenso, della natura e delle sue regole.

e il mio cervello seguiva le sue regole. Produceva elaborazioni digitali; trasformava - in qualcosa di bello da vedere - lamenti e urla soffocate per un abbraccio che non avevo saputo dare, per un “amore mio non piangere” che non avevo saputo dire, per una amica che non avevo più visto,

per la mia famiglia che non avevo saputo amare se non da lontano, per tutti i capitoli della mia vita che si aprivano e che dopo - seguendo leggi fisiche severe - si chiudevano per sempre e i protagonisti del capitolo successivo quasi niente sapevano di quelli del capitolo di prima seppur fondamentali importanti decisivi. e follemente amati.

Avevo condiviso odori di mare a Lampedusa con un uomo allegro e abbronzato orgoglioso di Catania, ò lieottro, granite e uova di pescecani e il castello di Portopalo, il teatro greco di Taormina, i negozi e le chiese della Sicilia che lui aveva illuminato. E poi Sant’Agata e la devozione. Le Egadi, le Eolie e Capri, i pescatori; la sua gelosia.

Avevo scelto la mia amica sorella in una storia in cui imparai ad annullarmi e conobbi l’amicizia,

i viaggi, la nostalgia, la paura e infine il distacco come un lutto.

ma nessuno aveva colpa e non c’era colpa. Imparai la rassegnazione.

La cadenza ritmica del suo italiano non l’ascoltò il mio amore più grande, perchè lo conobbi un anno dopo la partenza di lei per il Brasile. e io mi persi dentro di lui. scoprii cosa ero capace di fare quando amavo. Scoprii la bellezza di un uomo e la bellezza di stare insieme senza progetto. la magia, la sua musica la sua sensibilità che confusi con la sua forza. Lo persi -o lui mi perse ma non ha importanza- quando scoprimmo le nostre fragilità. mi rifugiai dentro i pixel ancora e ritrovai la mia casa. regredii fino all’infanzia per stare in mezzo a odori di caminetto e vapori di ferro da stiro e tazzine di caffè e il vulcano alla finestra, dentro i film di Totò e Troisi la musica di zio Pino, mia mamma mio padre i miei affetti e qualche vecchia zia che mi rassicurò. Mi guardai quasi trentenne scrivere. e chissà queste stesse parole quali urla sostituirono

chissà da che cosa di preciso mi stavo difendendo e quale desiderio stavo mortificando.

e per quale motivo adesso non avevo più nessuna risposta, nauseata dal misto di sarcasmo e nostalgia che mi aveva fatta adulta.



Pantelleria. L’isola che c'è


Ritorno da Pantelleria/ ventunonovezerodue-notte


E’ stato innaturale: il viaggio, l’aereo, il tornare.

Tornare dove c’è troppo rumore, troppa luce nel cemento e in luoghi chiusi.

La mia vacanza a Pantelleria.

Appena scesa dall’aereo l’isola l’ho sentita incazzata nel senso di cazzuta/ a Pantelleria tutto è deciso: la pietra o il mare/dagli scogli al mare, non c’è una sola spiaggia; ma c’è il mare o la montagna/ l’acqua o il fuoco/

Pantelleria in verticale: dal fondo del mare con la maschera a fare il morto al contrario- sospesa-danzante e morta a invadere i pesci con le meduse guardiane e incazzate; all’alto del monte Gibele e la passeggiata della Favara grande/Distesa e stanca, dopo due ore di passeggiata alzo gli occhi e le nuvole di Pantelleria/ le nuvole di Pantelleria, dell’isola del vento, non stanno mai ferme/ mai neanche un solo secondo/manco un nanosecondo mai ferme e qui incomincia un’altra danza e ci vai dentro non puoi evitarlo perchè già ci stai dentro/ o avevo fumato o le nuvole di quel cielo erano in 3D;

i livelli di nuvole sovrapposti si muovevano ma lasciavano il varco per entrare, esplorare, elevarti.

Pantelleria è movimento, la naturale evoluzione dell’anima.

Lì sei tu.

non puoi sfuggire/ verace genuina tu senza trucco senza vestiti senza ghirigori, senza la tua maschera. La gente di Pantelleria ti guarda l’anima.

Abbandonarsi e lasciarsi andare e a Pantelleria ho nuotato sott’acqua, ho guidato la macchina, ho mangiato cose mai mangiate ho abbracciato , ho incontrato e ho trovato pace ho trovato forza/ ho vissuto con i ritmi naturali dell’isola/ perchè è lei che decide! Pantelleria e il suo mare decidono di far arrivare e partire la nave per Trapani/ Pantelleria e il suo cielo possono non farti partire in aereo/ Pantelleria e la sua luna/ splendida gigantessa luna pantesca/ti illuminano i sessanta gradini del dammuso per tornare a casa a notte fonda/Pantelleria avvicina i cuori semplici/ e c’è una energia - questa non la so scrivere ma c’è qualcosa di troppo speciale a Pantelleria.

A Pantelleria le coincidenze non sono mai coincidenze… e se incontri qualcuno è perchè dovevi incontrarlo e se lo abbracci è perchè dovevi abbracciarlo e se ti parla è perchè dovevi capire qualcosa - per te. A Pantelleria ho guardato la mia amica e ho visto la sua anima divina come la mia/ l’ho sentita ridere e parlare con un uomo e avrei voluto fermare l’istante per lei/ ti adoro anima bella/ a Pantelleria ho ascoltato musica fino a tardi con il capitano; il naufragio nel suo dammuso in pietra viva in mezzo ai suoi acquerelli, ai colori segreti a parlare del dolore non urlato fuori, dell’embolia e l’immobilità che frantuma i pensieri; ma poi ha preso la chitarra classica e la notte ha sognato con la sua ninna nanna che tremo al ricordo della luna tra cento tra mille o forse tra infinite stelle/ le stelle; ogni tanto ne cadeva una, manco il tempo per un desiderio perchè proprio non potevo desiderare nulla, nulla di più con il cuore pieno e la bellezza che invade i sensi.

Tutti i sensi.

A Pantelleria ho incontrato Nuccia.

Nuccia canta, suona la chitarra, insegna ai ragazzi al liceo, vuole fare la guida trekking, potrebbe fare il sindaco, vuole fare silenzio intorno a lei, vuole gente intorno a lei e quando dorme parla nel sonno e a colazione parla con gli occhi ancora chiusi dal sonno; dice di non farci caso che “…è il mio istinto, è come una marmellata che si apparecchia sulla tavola”.

Nuccia è una bella donna ma anche un pò maschio e anche un pò scugnizzo. /un’ esplosione vulcanica e come il vulcano quando meno ce lo aspettavamo ci ha osservato e parlato di noi/ con la forza di chi sa donarsi e amare anime sorelle non ha lesinato parole per noi e racconti incredibili di incontri mai casuali e ricchi di confortante spiritualità/ Nuccia quando la incontri dà conforto e fiducia con tutti i movimenti e i movimenti dei suoi pensieri dei suoi progetti non è ferma mai è come la sua isola/ Nuccia è Pantelleria.

A Pantelleria c’è odore di capperi sotto sale, dell’uva zibibbo i fichi d’india, la pasta di mandorla, la granita di gelsi,la gentilezza nobile del contadino Pino, la sua orgogliosa fierezza, i panteschi che si spaccano la schiena per lavorare in mezzo ai muretti a secco chè il vento troppo forte fa crescere alberi d’argento in orizzontale /

A Pantelleria l’ora della colazione dure tre ore: perchè Pantelleria è femmina!

A Pantelleria la caponata di melanzane con mandorle è il motivo vero per mandare il mondo affanculo e tornare a Pantelleria… quanto meno a riprendersi il cuore lasciato in apnea e senza fiato nel dipinto del cielo al tramonto a Punta Nicà.




Stamattina una cliente mi ha fatto incazzare


La tua pornografia trasudava che nessuna corda ti avrebbe mai cantata. Sei arrivata arrogante a giudicare il mio lavoro, la scelta dei miei colori e a cambiarmi le font che tra parentesi io non ti cambierò.

Col corpo della più volgare mignotta con i tuoi colori vaniglia e la bocca troppo grossa mi hai dato del tu senza chiedermi il permesso/ del resto ti sei permessa di ideare un calendario che è “un elogio alle donne” hai detto, sempre con quella bocca troppo grossa troppo aperta, tu che le donne non sai neanche che sono; impegnati a simulare i tuoi orgasmi piuttosto che seminare arroganza e maleducazione di fronte a me che ho lavorato con devozione.

Hai la bocca troppo grossa, tienila chiusa che nessun uomo riempirà la tua mollezza che quelli pure sanno che ci vuole cuore a scegliere un colore, a guardare un’armonia. Ma con la puzza di fumo e i capelli unti, vorresti ritoccare le borse sotto gli occhi di Dacia Maraini, accostare un colore albicocca a Margaret Mazzantini e indegnamente ragioni la foto di Alda Merini “E’troppo brutta, non potresti farci nulla”E’ qui che ho chiaro te , le macchie della tua gonna, la bocca grossa e lo sperma dell’uomo che ti ha mandato qui a delirar di poesia e di donne.

Dubito la riuscita delle tue prestazioni extra: ci vuole cuore anche a far godere un uomo! FOTTITI! questi i colori queste le font: non lo cambio il mio lavoro!

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