Sud Africa.

South Africa

Un mese a Cape Town.

Sono nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, a una decina di chilometri da Cape Town, sono venuta qui malgrado sia una meta ormai troppo turistica e benché per arrivarci ci si muova in gruppo, condizione in cui non amo molto stare, ma vengo a visitare con rispetto i luoghi del presidente Nelson Mandela, Madiba, che qui ha trascorso 18 dei suoi 27 anni di prigionia.


Si arriva qui in mezz'ora di traghetto da Waterfront, una traversata piacevole tra le onde dell'oceano e voli di uccelli.

All'arrivo al porto c'è una scogliera bianca, urla di gabbiani e acrobazie di foche.

I pullman ci fanno fare il giro dell'isola. Una voce molto bassa inizia a parlare al microfono e attira la mia attenzione, cerco di alzarmi tra le persone per vedere da dove arriva. È la nostra guida, un uomo rasta con un grande cappello che contiene il groviglio di capelli, ha una maglia oro e verde della squadra di football sudafricana e ancora non so che passerò con lui il resto del mio viaggio.


Sono in Sud Africa per un mese, ospite di Antonella; non la conosco bene, ci siamo conosciute su facebook.

È da un anno e mezzo, da quando ha visto le mie foto sul kenya che mi scrive di andare a trovarla a Cape Town.

Quando il tempo è arrivato ho fatto il biglietto. 24 ore di aereo e tre scali per il mio biglietto a tariffa economica.

Cape Town ha una luce pazzesca, questa è la prima cosa di cui mi accorgo fin dal primo giorno.

Antonella ha una casa molto bella proprio nel centro della città e io ho una stanza con il bagno tutto per me e un mese per conoscere quest'altra parte dell'Africa.

Sono davvero fortunata, io sono la precaria più viaggiatrice d'Italia.


È evidente che qui non è l'Africa nera che ho conosciuto in Kenya, Cape Town è una città come europea, una miriade di centri commerciali, una miriade di locali, cinema, teatri, alberghi, ristoranti per ogni tipo di etnia.

E un miscuglio di razze che non si mischiano, gli afrikaner, pelle bianca ma proprio assai bianca, più bianca della mia, hanno origini olandesi, capelli biondi o rossi; i colored, ossia i metticci, discendenti degli schiavi importati in Sudafrica dalla Malesia; e poi i neri. I più belli sono loro, i neri.


Non ho neanche un giorno in cui mi sento spiazzata o fuori luogo. Prendo confidenza con la città perfettamente a mio agio, tranne all'angolo tra Kloof street e Long street dove al semaforo ci sono uomini e donne che non si limitano a chiederti l'elemosina ma ti camminano a fianco, ti seguono, ti toccano, finché non urli “NO!“ ma devi urlarlo forte. Ci ho messo un po' ma poi ho imparato.


A questo stesso angolo c'è il Depasco, un caffé con area wifi e di fronte Best of Asia, ristorante giapponese dove vado a mangiare spring-rolls, tra l'uno e l'altro dò appuntamento a tutte le persone che ho voluto incontrare qui.


Dall'Italia prima di partire ho scritto a una decina di designer, grafici e fotografi, per capire se in questo mese era possibile cercare nuove forme di collaborazione e “allargare il mio mercato“, si dice così mi pare, su scala più international. Avevo scritto a una decina di persone pensando che mi avrebbe risposto -chissà- forse uno? Mi hanno risposto in dieci e la cosa mi ha fatto sentire benvoluta in questa città che non conosco. Li ho incontrati tra Depasco e Best of Asia in Kloof street, sotto casa.


La situazione lavorativa qui è lenta, i mondiali non hanno fatto bene al paese. “eravamo fermi, come quando aspetti che finiscono le vacanze di natale“. Un art director junior guadagna attorno a 8000 Rand, che sarebbero circa 800 euro, qui stai bene se lavori per l'estero. Il mio amico per esempio lavora per un agenzia di Londra e guadagna in una settimana quello che qui guadagnerebbe in un mese.

Capisco che la mia idea di stare a Roma e cercare collaborazioni in Sud Africa è fallimentare, semmai sarebbe buono fare il contrario.

Mi rilasso e mi godo la vacanza.


Il pullman sull'isola di Robben Island procede e l'isola è un incanto, come può tanta bellezza aver ospitato una prigione, aver contenuto così tanto dolore? Fino ai primi anni del novecento quest'isola era un lebbrosario, nel periodo dell' apartheid è diventata un carcere di massima sicurezza dove erano privati della loro libertà, per mano dei coloni europei, attivisti e politici, leader dei movimenti anti apartheid, tra cui Nelson Mandela, per tutti Madiba.

Madiba è una parola che sta per indicare il membro più anziano di una famiglia, come dire “il grande vecchio“ ma con tutta l'accezione positiva che ha nella cultura africana la parola “Vecchio“.

Madiba è sinonimo di saggezza, di colui che porta la storia, la lotta, conosce i passi per percorrere la strada; Madiba è per tutti sinonimo del Presidente Nelson Mandela.


Ci fermiamo vicino alla cava dove i prigionieri erano costretti a lavorare sotto al sole; è inverno adesso ma fa già caldo. Siamo tutti vestiti con qualcosa di leggero e qualcosa di pesante da togliere all'occasione e la cava è una delle occasioni. Non oso immaginare il caldo, il sudore, l'odore a lavorare qua dentro.

Ci mostrano una insenatura più appartata che fungeva da toilette per questi poveri cristi.


Nel piccolo bar dove ci fermiamo la guida rasta mi chiede chi sono e da dove vengo. Rispondo come una scolaretta educata e puntuale fino a quando a un certo punto lui dice che abita a Cape Town, e sento la mia voce mentre dice, “Anche io! Potremmo vederci! Vuoi qualcosa da bere?“. così, con nonchalanche..

Beviamo succo di mela e si riprende il giro, hanno occupato il mio posto e ne cerco uno lontano da questa guida che ormai evito di incrociare con lo sguardo. Mi sento un po' sfacciata. Di solito non invito una persona a vedermi un nanosecondo dopo averla conosciuto, no, di solito non lo faccio.


Arriviamo alla prigione, qui lasciamo queste guide e siamo affidate ad altre, ex-detenuti di questo carcere, che ci faranno entrare nelle celle.

Evito di salutare la guida rasta.


il carcere è buio. il lungo corridoio è un serpente nero di celle con finestre piccole e grate di ferro pesanti, illuminate dai raggi di sole che riescono ad entrare. Nella cella di Madiba c'è un materasso, una coperta di lana marrone, un tavolino verde scuro interamente occupato da una scodella e una tazza d'acciaio. Madiba è stato in questo spazio per 18 anni.

L'ex-detenuto continua le sue storie, credo stia mischiando informazioni sul posto con la storia della sua vita, del dolore che ha provato quando riceveva lettere dalla moglie completamente cancellate. Ci porta nell'ufficio dove un addetto controllava la posta e censurava, separava, decideva. Capisco purtroppo davvero poco del suo inglese e in ogni caso mai potrò capire a fondo di cosa realmente stia parlando.


Quando passiamo dalle celle al grande cortile della prigione, vedo la guida del pullman e il suo cappello col groviglio di capelli agitare le mani per chiamarmi senza parlare.

Lascio il gruppo, vado da lui, torno dentro la prigione. Dico “Ciao, dimmi“ lui dice “shhhh shhh“ con il dito sopra al naso e mi prende per il polso per farmi accucciare a terra. Accucciati accanto alla cella di Madiba, perché non devono vederlo, prende il cellulare, vuole il mio numero, dico non me lo ricordo, mi fa scrivere il suo, “fammi uno squillo“, adesso lui ha il mio. mi guarda, sorride, si rialza. se ne va.

Torno nel cortile, ci sono gigantografie di Mandela, foto di manifestanti, della lotta alla politica razzista, al crimine contro uomini colpevoli di essere nati con la pelle nera. io sono bianca e con un dito accarezzo nelle foto il volto di tutti quanti.



L'UomoMandatoDaDio e BigMax.

La prima volta che rivedo la guida-rasta è per un aperitivo ed è un giorno in cui sono davvero stanca, sono stata a trovare un fotografo nel suo studio vicino a bree strret, poi con un amico grafico a pranzo e infine nei mercati del centro, ma non mi va di essere scortese e rispondo ai suoi sms inoltrandogli le stesse coordinate in inglese che mi ha inviato l'amico grafico per vederci da Depasco alle sette e mezza.

Ma alle sette il bar è chiuso e con il mio inglese assai imperfetto scrivo nuove coordinate per vederci al Best of Asia.

Lui si perde un paio di volte e io perdo la voglia di vederlo. Quasi quasi me ne vado, ma tanto ma chi lo conosce. Lui si ritrova e mi raggiunge. Entra nel locale e io non mi alzo per salutarlo. Tutte le persone che ho conosciuto prima di lui mi hanno sempre solo dato la mano, e mi sono fatta l'idea che qui non ci si tocca più di tanto come in Italia, che diamo la mano e ci salutiamo con due baci sulla guancia. Mi sono fatta questa idea e allora per non essere invadente mi correggo e mi trattengo. Ma pare non gradire il mio controllo “ehi, adesso ti mostro come si saluta un africano“ mi prende mi fa alzare e mi abbraccia forte. Minchia.


Ha la stessa maglia oro e verde dell'altro giorno ma lo guardo meglio, c'è qualcosa tra me e lui. Me ne accorgo immediatamente ma so come si fa per non curarmene. Lunga esperienza nel campo.


“Vuoi vedere il tramonto?“ faccio finta di non capire il suo inglese, prendo tempo per decidere se devo andare a vedere il tramonto con uno sconosciuto, guida a Robben Island, e da quello che ho letto le guide di Robben Island sono tutti ex-detenuti, prendo tempo per decidere se andare a vedere il tramonto con un potenziale ex criminale appena conosciuto o inventarmi qualcosa e rimandare. Ripete lentamente “sunset, capisci cosa dico quando dico sunset? vieni a vedere il tramonto con me?“

“volentieri“ sento che gli rispondo.

La sua macchina ha la portiera dalla mia parte che non si chiude bene, la tengo mentre risaliamo la montagna, il volante cigola specie nelle curve. A me pare che perdiamo i pezzi ma saliamo su Signal Hill; non ci sono mai stata prima, vedo la collina ogni giorno dalla finestra della sala da pranzo.


Ci sono tante macchine, tante persone che salgono su per vedere il tramonto perciò sono tranquilla, gli chiedo se ha vissuto a Robben Island, risponde che vive nella township di Khayelitsha. “È vero che le guide di Robben Island sono ex-detenuti?“ è il modo che trovo per capire se sono in macchina con un criminale. Mi spiega che non tutti lo sono, lui per esempio non lo è. Ha studiato per diventare guida, ha mandato un curriculum, così come succede per tutti i lavori del mondo.


Saliamo sempre più, non si arriva mai, più saliamo e più siamo soli, tutte le altre macchine si sono fermate prima, ad ogni curva la mia testa partorisce pensieri malati. Curva su curva vedo articoli sul giornale di un'italiana derubata a Signal Hill, curva dopo curva l'articolo è diverso, parla di una cogliona violentata sul Signal Hill da un criminale a cui prima aveva chiesto “scusi ma lei è un criminale?“

Chissà dove dovrà venire Antonella, povera Antonella, a raccogliermi su questa montagna.

Saliamo. Deserto, io non vedo proprio nessuno e non parliamo più. Panico.

Poi l'ultima curva e arriviamo alla sommità della collina.

È un parcheggio di macchine, tutti fermi come al drive-in a vedere il sole.

Qualcuno nelle macchine beve vino e guarda il sole.

Rido dei miei pensieri malati. Arriviamo che il sole è già calato.

In tutte le altre volte, come in questa, arriveremo a sole già calato. In tutte le altre volte, come in questa, avrò pensieri assai malati, che rimbalzano tra la fiducia in questo ragazzo e la paura che possa farmi del male. Pensieri di cui mi vergogno, che non ho avuto con altri amici/sconosciuti solo perché bianchi, pensieri malati, eredità del più penoso bagaglio culturale.


Il giorno dopo ci vediamo ancora, mi racconta che è fidanzato, ha una ragazza che dice che non vede mai, ha una figlia che non vede mai, e che tutte e due le mancano. C'è lo stereo acceso, la musica è di Bob Marley. lui parla parla parla. La musica cambia, mi accorgo di un pezzo in particolare, gli dico di rimandarlo indietro. “perché?“ “wait wait fammi ascoltare“ “chi è questo che canta?“ “si chiama Sugar“ “e chi suona la chitarra?“ “sono io alla chitarra“.

Guida ma si volta a guardarmi, io resto a guardare silenziosa lui che mi guarda mentre guida pensando che non sono certo una intenditrice di musica, anzi tutt'altro, ma la chitarra che avevo sentito è come la sua voce, profonda allo stesso modo, questo ragazzo suona come parla. Fantastico.

Guida e mi guarda, dice serio “io e te ci piacciamo“, Con i tono di chi l'ha detto chissà quante volte, sembra ripetere un copione che deve aver imparato a memoria.

rispondo“ sì, c'è una qualche magia tra me e te ma possiamo anche non farcene niente, non preoccuparti“

“mmm“ fa cenno di sì con la testa e continua a guidare con la mia mano dentro alla sua mano.

mi chiede “cosa fai stasera?“

“mi aspetta una cena noiosa“

“e con chi?“

“con una che non conosco“

“e tu lasci me per una cena noiosa?“

“devo! devo aiutare la mia amica a sopportare la serata, ascolta dove posso comprare questo disco?“

lui ride. “è un live, non è in vendita“

“ma io lo voglio, come posso fare?“

“non puoi fare, non si vende! Ti vedo?“

ci resto proprio male. rispondo “qualcosa accadrà“.


E accade che ci vedremo di tanto in tanto. E accade che un giorno, forse quel giorno ha un profondo calo di stima per se stesso, mi dirà che lui è L'Uomo Mandato Da Dio Per Me.

Bene, molto bene...

Un giorno su Skype scrivo di lui a Massimone, Massimone è il mio migliore amico gli voglio bene almeno almeno quanto pesa, perciò più di un quintale di bene.

Ho skype ma non ho il microfono, possiamo solo chattare. Gli scrivo che ogni tanto vedo uno che è nero, che vive nelle township, che è fidanzato, che ha una figlia, che a occhio e croce è più morto di fame di noi due messi assieme.

BigMax mi risponde: “cara Speri, vedo che hai saputo scegliere bene.“

“Big, mo che torno a Roma dobbiamo pure noi sharare qualcosa, qua tutti sharano qualcosa, l'appartamento, il posto di lavoro, shariamo anche noi?“

“Cara Speri, non ti preoccupare che anche qui tutti sharano il mio culo“

BigMax ha una visione molto chiara del lavoro, ogni progetto che inizia è potenzialmente l'occasione in cui qualcuno glielo metterà al culo. Sono sempre cazzi al culo, e sono “cazzi AVVITATI al culo“ i casi di lavori assai complessi o di collaborazioni con gente con il pelo sullo stomaco, e sia io che lui ne sappiamo molto a riguardo, su questi squali potremmo scrivere un libro degli orrori.

“Cara Speri noi non siamo imprenditori, noi siamo Prenditori“

E così il culo di Massimone è uno dei luoghi più visitati al mondo, dovremmo chiedere tutela all'Unesco, farne patrimonio dell'Umanità. Così come la Table Mountain che sovrasta Città del Capo. Prima di salire sulla vetta ci sono grandi poster che invitano a votare la Table Mountain e farla diventare una delle 7 meraviglie della natura. Dovremmo organizzare lo stesso tipo di comunicazione per il culo di BigMax.



La Mafia sulla Table Mountain.

Visitare la Table Mountain è una esperienza pazzesca, non solo per la bellezza della montagna ma perché in questa escursione ti rendi conto della civiltà di questo paese. A cominciare dall'accesso alla montagna per le persone in carrozzina. La mia amica Anna che ha più di 70 anni e che da 5 per una forma di artrosi non riesce a camminare molto bene, se per 5 anni in Italia ha vissuto chiusa in casa, da gennaio, da quando si è trasferita a vivere qui a Cape Town, le è stato permesso di muoversi davvero ovunque e arrivare anche in cima a una montagna.

Il grado di civiltà di questo paese lo misuri dalla quantità di bagni pubblici e dalla pulizia dei bagni disseminati in ogni luogo, nei negozi, nelle riserve tra la natura più selvaggia e persino nelle chiese. Il grado di civiltà di questo paese lo vedi alle file della casse al supermercato e dalla cortesia delle cassiere, ti salutano, ti chiedono come stai e dopo che hai pagato sempre ti augurano di goderti il resto della giornata. Proprio come al Superconti sotto casa mia a Roma! Certo noi non abbiamo l'apartheid, infatti non dico che il Sud Africa sia meglio dell'Italia, dico solo che di sicuro abbiamo perso molto, abbiamo dimenticato qualcosa.

Sulla cima della Table Mountain si arriva con una cable car, è fantastica perché tutti entriamo cercando la posizione migliore per percorrere i 7 minuti di ascensione, ma -surprise- la piattaforma che ci porta su gira su se stessa e ognuno di noi può godere della vista a 360 gradi. Fantastico.


Il giorno che visito la Table Mountain però mi girano un po' le palle e su un cima ci sono davvero troppe persone. Cammino allontanandomi, trovo un posto dove posso stare sola. Cape Town dall'alto è se possibile ancora piu bella di quando ci stai dentro. Arriva un gruppo di cinesi, si mette in bilico sullo strapiombo per farsi foto con il panorama dietro, e urla, parla a voce altissima. Anche le due ragazze di colore che stanno a telefono su una roccia parlano forte. Quanto non vi sopporto! Come si fa a parlare in un luogo così. Ci sono posti che sono chiese, cattedrali a cielo aperto, non è in chiesa che devi pregare, è davanti a tutto questo che devi sentire devozione. È un luogo sacro che cazzo ci fai con un telefono? Mi rode proprio il culo oggi. Mi allontano.

Più cammino e meno incontro persone. Arrivo dall'altra parte del sentiero. Passano due tizi, si scattano foto con lo strapiombo alle spalle ma almeno sono silenziosi. Mi sorridono “ci fai una foto?“ Gliene scatto più di una per sicurezza.

“ Where are you from?“ mi chiedono “I'm from Italy“ rispondo

“ah, ciao-bella-spaghetti- mafia...“ ridono solo loro.

Dico “sorry?“

si accorgono che non è aria mi dicono “sorry..“

Sorry su sta minchia.

Me ne vado anche da loro.

Ma perché se dico Italia non si dice Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Dante Alighieri? Dove abbiamo sbagliato? Cosa siamo diventati?

L'anno scorso giravo per il Kenya con un'americana che diceva che fino a qualche anno prima si vergognava di dire che era americana. Poi per fortuna hanno avuto Obama e possono sperare di camminare senza vergogna, di appartenere a un popolo che almeno ci sta provando a cambiare.

E io? perché mi devo vergognar di essere Italiana?

MAFIA, mi sono rotta il cazzo di sentire di mafia, di camorra ne ho le palle piene. Io non sono espressione di questa mentalità semmai di chi la combatte. Mi sono schierata, ho combattuto, ho manifestato eppure su una montagna dall'altro capo del mondo c'è un coglione che mi dice MAFIA.

Non ho più voglia di difendermi, e non difendo il mio paese che francamente mi allontana.

Cosa vuol dire essere italiana? Io non sto più da nessuna parte e fintanto le lotte, dei partiti o dei movimenti viola gialli o del colore che vuoi, saranno lotte contro qualcuno da combattere non mi vedranno più in prima fila. Costituirsi in un partito è già creare dualità, è organizzarsi in gruppi per dire “noi siamo meglio“, non è di questo di cui abbiamo bisogno.

Sogno un paese con un popolo che trovi valore in un idea, in un qualche pensiero e non in un gruppo organizzato che la esprime o peggio ancora in un leader, che sia libero di votare e scegliere indifferentemente tra persone di destra e di sinistra quella più capace di organizzare una comunità.

Sogno un leader che sia invisibile, che faccia un passo indietro affinché siano visibili solo le sue idee, che si rafforzino quelle e non il suo potere.

Fintanto uno di sinistra non voterà uno di destra solo perché di destra ci sarà qualcosa che non va, un dualismo che non porta a niente se non a parlarsi addosso e a parlarsi contro.

La politica potrebbe essere una cosa molto più divertente di come l'abbiamo fatta diventare, un atto creativo molto più potente.

La politica la facciamo tutti con decisioni di vita, di lavoro, dello stare insieme ogni giorno. La fai scrivendo un libro, scattando una foto e sfornando il pane onestamente. Cosa ci è successo a noi in Italia? Cosa stiamo diventando?

Qui in Sud Africa l'esperienza di Mandela è un grande esempio. Mandela quando diventa Presidente fa una cosa che va contro le previsioni della sua stessa gente, tiene accanto a sé al governo gli stessi bianchi che fino a ieri lo tenevano recluso in una prigione in quanto nero. Lo fa per tanti motivi e per certi versi è costretto a farlo ma è l'esempio di come un problema non si risolve riproponendo gli stessi meccanismi. Se avesse mandato via i bianchi avrebbe reiterato un errore, avrebbe riservato loro la segregazione contro cui stava lottando. E tutto sarebbe stato vano, tutti i suoi anni in prigione. Lui ha saputo uscire dal sistema, tentare un cambio di paradigma. Lo stesso che vorrei per il paese in cui io vivo, qualcuno capace di soluzioni fuori dal sistema, solo così possiamo evitarci di vomitarci sempre addosso.

Sono due le cose o disperarsi in questa epoca di passaggio o nutrirsi di speranza, credere. Imparare dalla storia che nei periodi più bui coloro che sono sopravvissuti non erano i giganti ma uomini esili armati di speranza, hanno proiettano una visione di un mondo migliore con la consapevolezza di attraversare un dolore compreso e giustificato dall'equilibrio che verrà. A Robben Island, l'isola che vedo perfettamente da questa montagna, in una cella di pochi metri Mandela è sopravvissuto al suo dolore, alla mortificazione comprendendo il senso di quello che gli stava accadendo. La consapevolezza lo ha reso “mai sconfitto“, lo ha reso invictus. E Invictus, è la poesia che Mandela legge negli anni della sua prigionia.


Dalla notte che mi avvolge
nera come la fossa dell'Inferno
rendo grazie a qualunque Dio ci sia
per la mia anima invincibile.

La morsa feroce degli eventi
non m'ha tratto smorfia o grido.
Sferzata a sangue dalla sorte
non sè piegata la mia testa.

Di là da questo luogo d'ira e di lacrime
si staglia solo l'orrore della fine,
ma in faccia agli anni che minacciano
sono e sarò sempre imperturbato.

Non importa quanto angusta sia la porta,
quanto impietosa la sentenza.
Sono il padrone del mio destino;
il capitano della mia anima.
(W.E. Henley)




A Langa.

L'UomoMandatoDaDio sta passando a prendermi alle otto. In macchina dice che stiamo andando a un party. Guida e ci allontaniamo di tanto dal centro della città.

Quando mi accorgo che siamo proprio lontani gli chiedo dove stiamo andando. “A Langa“

“Cosa? A Langa?“

“Sì a Langa, dai miei amici“

“Ma Langa è una township e io sono bianca. Dai, non puoi portarmi a Langa di notte“

“Ti fidi di me?“

“ma non puoi portarmi a Langa di notte, io sono bianca“

“ L'altro giorno mi hai detto che eri nera, come me. Adesso vediamo se sei nera“

“Ehi, guardami in faccia. Mi stai portando a Langa di notte. Io mi fido di te“


La testa ricomincia a partorire i pensieri malati e legge articoli sui giornali di una giovane italiana rapita a Langa, più gli dico “io mi fido di te“ più sono la protagonista cogliona di un film dove prima di essere fatta a pezzi lei dice ripetutamente al suo assassino “io mi fido di te“. Giro film nella testa, sono regista e attrice protagonista, lui ride e dice “dai adesso vediamo se sei nera davvero“.

Arriviamo a Langa, è sabato sera, c'è una marea di gente nella strada, cantano, ballano e bevono.

Non c'è illuminazione per le strade, li vedo solo quando passiamo con i fari della macchina che fanno luce su persone, soprattutto donne, stramortite sui marciapiedi. “Porcaminchia! ma cosa fa questa donna a terra? perché sta così?“ “ma niente, avrà bevuto“. Mi spavento di tutto, lui se ne accorge, gli dico “...scusa ma è la prima volta per me che vedo cose del genere“. E come regista del mio film aggiungo quest'altra battuta scema e ingenua da dire al mio assassino.

Spero con tutto il cuore che non sia questo il party a cui sono invitata. In mezzo alla strada senza illuminazione ferma la macchina e mi dice di aspettare “Minchia, ma dove vai?“ “don't worry devo ricaricare il telefono“. Quando torna mi trova con il telefono tra le mani che mando messaggi ad Antonella. Ride come uno scemo e fa salire in macchina un altro uomo. Dio mio buono proteggimi.

“Ma scrivi messaggi alla tua amica? Ma dai, davvero sei spaventata?“

“eh! Minchia!“

“Cosa vuol dire minchia?“

Non so se ridere o piangere.

Arriviamo a casa dei suoi amici. Entro.

La prima stanza di questa casa è un salone con due divani e dalla parte opposta ci sono sedie per tutte le persone che stanno arrivando. C'è un televisore acceso senza volume sulla partita della loro squadra e su una sedia un computer portatile da cui un ragazzo per tutta la sera fa partire la musica. Nell'altra stanza una ragazza è dietro ad un tavolo imbandito di ogni cosa, carne, insalata, fagioli, riso, pomodori e fuori un gruppetto di ragazzi parlano attorno al fuoco del barbecue. L'UomoMandatoDaDio mi dice “fa come se fossi a casa tua“. Il panico di prima mi ha fatto venire fame e mangio la carne che è buonissima, preparo un piatto anche per lui che non lo vuole, dice non ti curar di me, vai, parla un po' con i miei amici. I ragazzi attorno al fuoco mi chiedono chi sono e da dove vengo, sono l'unica bianca per un po', poi arriva una ragazza newyorkese che mi spiega che questo party è per lei, per salutarla dopo due mesi che sta qua. L'UomoMandatoDaDio mi dirà poi che non è vero, che lui l'ha vista solo due volte, quando è arrivata e adesso che se ne va, ma che se è felice di pensare che il party è per lei, che lo pensi.


Girovago tra le quattro stanze della case, apro una porta curiosa di vedere un'altra stanza, ci trovo dentro un letto che occupa la stanza interamente e una signora sopra al letto, è la mamma della famiglia che ci sta ospitando, le dico “scusi“ risponde “Benvenuta, divertiti“

Vado fuori e sto con i ragazzi, ho freddo e mi rimetto la giacca e cercando il burro di cacao porto fuori la borsa e tutti mi chiedono “te ne stai già andando?“ dico “no ho solo freddo“. Mi fanno posare la borsa in una stanza, la ragazza che mi ci porta dice “qui è al sicuro“ e io mi vergogno perché capisco che hanno creduto che stavo proteggendo la mia borsa. Ma non era così.

Entro di nuovo in casa, l'UomoMandatoDaDio segue la partita, mi parla della squadra che nel frattempo fa un goal e allora tutti cantano, due donne si alzano e ballano alla vittoria tenendo fermo il busto e muovendo il bacino e i piedi.

Il ragazzo che mette la musica assomiglia a Will.I.Am dei Black Eyed Peas, è identico, pure vestito uguale, stessi occhiali e stessi capelli, lo dico all'UomoMandatoDaDio, lui ride come un pazzo dice è vero e mi dà un bacio in fronte.

Per così poco penso io, se è per questo pure la donna che mi sa ballando in faccia assomiglia a Skin ma mi trattengo da dirlo, mi pare troppo.

Skin si agita e mi si struscia addosso, è ubriaca persa. L'UomoMandatoDaDio le urla “Shit!“ e mi allontana da lei, anche fuori c'è un uomo ubriaco mi parla in Xhosa e appena esagera L'UomoMandatoDaDio si materializza e dice “Speranza, no!“

Gli amici che sto conoscendo sono ragazzi così posati e quieti, mi raccontano le loro storie, sono quasi tutti studenti e quasi tutti studenti che stanno per interrompere la scuola per lavorare per due tre anni e recuperare i soldi per riprendere a studiare. L'UomoMandatoDaDio viene da me a chiedermi “allora, sei ancora nel panico?“

“Ti chiedo scusa, Man, ho avuto pensieri, i peggiori che potevo avere, ti chiedo scusa, davvero credimi“

“Non c'è ragione per chiedere scusa, qui lo vedi siamo tutti tranquilli. Gli Afrikaner non vengono mai qui a vedere come viviamo. Loro sono così“ e mi mette le due mani sopra agli occhi “se solo venissero di sera a stare con noi ci vedrebbero meglio“ e mi toglie le mani dagli occhi.

Poi dice cose che non capisco, le ripete, non capisco dice “sì, vabbé io torno dentro“.

Quando esce di nuovo fuori dice “Speranza, io ho già detto bye, dì bye anche tu, andiamo“

Dico bye, abbraccio e bacio i miei nuovi amici e entro nella stanza dove la ragazza ha messo la mia borsa. È una camera da letto, è buia vedo un mucchio di giacche e borse, e la mia, rossa, spicca fra le tante.

C'è in questa stanza al buio uno degli studenti con cui parlavo con un piatto di fagioli in mano che sta mangiando. Si vede poco, la porta si riapre e entra la newyorkese mi dice “vai via?“ “sì devo andare, sono felice di averti conosciuta“ “lei mi abbraccia fortissimo forse è piena di emozione per il suo ultimo giorno qui. Entra pure L'UomoMandatoDaDio e mi trova al buio abbracciata ad una donna bianca con un giovane nero con un piatto di fagioli in mano. “Speranza io ho già detto bye, tu hai detto bye?“ “sì, sì lo sto facendo“.

In macchina non siamo soli, ci sono altri amici, non so se vengono con noi ad accompagnarmi o siamo noi che accompagniamo loro.

Pian piano scendono, ne resta solo uno, ma solo perché vive fuori dalla township. Ad ogni amico che scende dalla macchina L'UomoMandatoDaDio dice God Bless You my brother.

Quando restiamo soli prendiamo la strada per Cape Town

“Tu sei una pazza, lo sai?“

“perché?“

“perchè? sei venuta da sola con uno che non conosci a Langa“

Lo riempio di botte.

“L'altro giorno mi hai detto di smetterla di dipingermi come un santo, ma io lo sono e lo hai visto anche i miei amici lo sono. L'altro giorno ti sarò sembrato un pazzo“

“quando?“

“quando ti ho detto che la mia musica non si vende, ti sarò sembrato un pazzo. Ma noi abbiamo avuto contatti con case discografiche ma non ci è piaciuto, vogliamo essere liberi di fare la nostra musica“

“ma io volevo solo comprare la tua musica, conosco un sacco di musicisti che non sono famosi in Italia e comprare la loro musica è un modo per supportarli“

“io non ho bisogno del tuo supporto, non ho bisogno di vederti un cd, questa musica è fatta per essere ascoltata non per essere venduta. Al massimo puoi copiartelo sul tuo laptop, ok? Andiamo a Signal Hill?“

Andiamo a Signal Hill, la collina sulla quale avevo iniziato ad avere così tanti pensieri brutti per quest'uomo, ci torniamo e li butto via per sempre.

Scendiamo dalla macchina, con tre passi potremmo precipitare in un burrone. Fa freddo, mi stringe nella giacca con le braccia. Cape Town di notte ci toglie il respiro. “It's too much for me“ con due mani porta il mio viso verso il suo e prende respiro dalla mia bocca. Il groviglio dei capelli si scioglie sulle sue spalle.

“L'altro giorno parlavi di magia...“ mi dice. “È questa la magia“ io gli rispondo.




Crazy taxi e “Se si alza una mano poi si alzano tutte”.

Uso diversi mezzi di trasporto per muovermi a Cape Town, di tanto in tanto prendo un taxi; per due o tre volte ho preso il City Tour, il bus che ti fa fare il giro della città; le macchine dei miei amici, quelle dei neri sono tutte scassate tranne quella di Siviwe che è una UNO FIAT di cui va orgoglioso; quelli che uso di più sono i taxi collettivi.

Il taxi collettivo è estremamente economico, ed è estremamente creativo. C'è il capolinea proprio fuori al cancello del condominio di Anto, di fronte al Seven/eleven, il supermercato aperto dalle sette del mattino fino alle undici di sera ma che non c'ha mai niente di buono.

Da qui sai quando parti ma non sai quando arrivi al centro della città. Funziona così: c'è l'autista e un altro signore che raccoglie i soldi di chi sale a bordo ma che soprattutto ferma tutti, e quando dico tutti dico tutti, per convincerli a salire. Se non si è in numero da loro ritenuto sufficiente si fermano nel bel mezzo del tragitto e aspettano. Oggi ho un appuntamento con Andrea, art director di una agenzia di comunicazione e Annalisa, presidente dell'Istituto della cultura Italiana qui a Cape Town, dobbiamo parlare di un progetto, devo essere lì alle due.

Andrea mi dice “con un taxi ci metterai un quarto d'ora“

Esco quaranta minuti prima perché devo raggiungere il taxi con il mezzo collettivo.

Salgo al capolinea e mi siedo accanto al finestrino, pian piano arrivano altre persone, sono signore davvero grosse che mi schiacciano contro il finestrino. Ne ho sei addosso. L'autista decide di partire. Chiedo a una delle signore le indicazioni per andare dove devo andare e per farlo le mostro sul cellulare l'sms in inglese che mi ha inviato Andrea.

Non lo avessi mai fatto! Il cellulare fa il giro del furgone e tutti, e quando dico tutti dico tutti, mi danno consigli su come raggiungere il posto. C'è chi opta per la soluzione più economica e allora dice che dovrò scendere quando mi dirà lei e prendere un autobus. C'è chi saggiamente mi chiede quanto tempo ho per arrivare, un mezz'oretta rispondo. Allora no, niente autobus meglio il taxi.

Dall'ultima fila una signora grassa con i capelli in un variopinto foulard reclama il cellulare, deve leggere il messaggio per dire la sua. Autobus! La maggioranza dice autobus. Il cellulare torna a me. All'altezza del centro commerciale di Kloof street scendono due signore e l'autista ferma il mezzo. Naaaaaa.... restiamo fermi tantissimo, devono riempire i posti vuoti. Ecco ci siamo, ci sono due turisti che passeggiano, gli urlano “Taxi?“ loro ahimé, guardano dentro, dicono no, proseguono, poi si fermano, tornano indietro, ci puntano la macchina fotografica contro e urlano “White girl, smile!“ ho un colpo di flash addosso e le sei signore nere grasse ridono ballando con le spalle e mi comprimono sempre più sulla lamiera del furgone. Deve essere uscita fuori una foto deliziosa, piccola donna bianca schiacciata da grosse donne nere. Ridiamo tutti ma è tardissimo, la maggioranza decide che devo arrivare alla stazione e prendere un taxi. Alla stazione due delle donne grasse personalmente mi accompagnano al taxi, non al primo della fila, non al secondo, ma da uno qualsiasi scelto random forse per la faccia pacioccona e a lui mi affidano, mi prendono il cellulare dalle mani lo danno al tassista che infila gli occhiali, ci mette un quarto d'ora per capire, salgo a bordo e parto. Arrivo sudata e con un ritardo pazzesco.

Dopo la riunione Andrea gentilmente mi accompagna alla fermata dell'autobus per tornare in città. Gentilmente aspetta con me ma l'autobus non passa mai, gli dico di non preoccuparsi e di andare, mi saluta “comunque non puoi sbagliare è un autobus bianco e verde“.

Aspetto, aspetto, passano tanti autobus con sopra le indicazioni scritte a penna “Cape Town“ ma nessuno è bianco e verde. Aspetto e alla fine ne prendo uno qualsiasi. Va a Cape Town? Sì, Alla stazione? Sì

Perfetto.

Arrivo alla stazione ma dall'altra parte rispetto all'entrata che conosco. La stazione di Cape Town da questa parte è peggio della stazione di Napoli di notte, gente buttata a terra in ogni dove, altri che vendono ogni genere di cosa, mi si avvicinano credo che vogliano vendermi pure la madre. Cammino in mezzo a loro con passo sicuro come se sapessi benissimo in che direzione devo andare ma non ne ho la più pallida idea.

Vedo un uomo con una giacchetta fluorescente come da noi gli ausiliari del traffico, allora chiedo a lui. Mi risponde gentilmente ma troppo velocemente, capisco solo “oltre il ponte“ e poi alla fine aggiunge con la stessa gentilezza “marijuana?“

Minchia! Pure adesso ho saputo scegliere! Dico no, grazie! e proseguo senza avere la più pallida idea di dove devo andare, ma adesso so che troverò un ponte. Infatti eccolo. Al di là del ponte la zona della stazione che riconosco. Salgo sul taxi collettivo che mi porterà in Kloof Street. L'autista sta fuori, mangia arance a ripetizione senza sbucciarle e noi dentro aspettiamo aspettiamo aspettiamo... entra l'autista pare che si parte ma è venuto a prendersi un'altra arancia, entra il tizio che raccoglie i soldi, forse si parte ma mette su una musica rap e balla, balla, balla come solo un africano sa ballare. che fichissimo! ci rilassiamo tutti. Io e la mia compagna di sedile ci rilassiamo troppo perché saltiamo in aria quando un uomo ci bussa al finestrino della nostra parte, ha una gallina fatta con buste di plastica blu bianche e rosse che vuole vederci. Gli chiudiamo il resto del finestrino in faccia.

Finiscono la musica e le arance, siamo a completo, si parte.

Scendo al capolinea, come sempre, alla fine di kloof street in questa zona assai tranquilla ma la giusta conclusione di questa giornata è stato trovare sotto casa una macchina decappottabile rosa piena di Dark Queens coloratissimi che si fotografano in gruppo. Al via, invece di dire “Cheeeese“ urlano “Biiiitch“.

Crazy Cape Town, ti adoro!


A Cape Town ho fatto un giro tra le agenzie per mostrare il mio lavoro di grafico ma l'interesse maggiore l'hanno riscosso i miei progetti personali, quello sul Diritto alla Felicità e un altro realizzato contro la criminalità e a sostegno, tra l'altro, di Roberto Saviano. Mai avrei pensato che qualcuno mi chiedesse di rifare il progetto delle mani alzate dall'altra parte del mondo e di provare a pensare di organizzare un evento a cui invitare Roberto a parlare di criminalità.

Non ci avrei mai pensato ma capisco che può essere una cosa che può riscuotere molto interesse, il problema del crimine è molto sentito qua. Più mi chiedono se sono interessata alla cosa più mi convinco che sarebbe un privilegio riuscire a organizzare un evento che possa far arrivare qui Saviano; Roberto arriverebbe nella terra di Miriam Makeba che da qui è partita per arrivare a cantare per i neri di Castel Volturno. È partita per i suoi ragazzi e per lui, per Roberto, e non è tornata più.

So bene quanto sia famoso Roberto in tutto il mondo ma mai avrei pensato di raccogliere affetto e solidarietà anche qui dall'altro capo del mondo, fra chi guardando il mio portfolio capisce che ho avuto delle collaborazioni con questo scrittore. In particolare mi ha impressionato un fotografo francese, l'ho conosciuto il giorno che ho fatto un lavoro nel suo studio a Cape Town. Lui si chiama Denis, è molto carino e quando sono entrata un'amica italiana ci ha presentato dicendomi che Denis non vedeva l'ora di incontrarmi. Visto quanto era carino ho sperato che non vedeva l'ora di incontrare me in carne ossa e tutto il resto, invece era curioso di chiedermi mille cose su Saviano. Ha letto il libro in francese, ha visto il film, vorrebbe conoscerlo.

Alla fine del lavoro mi ha abbracciata due volte, un abbraccio è per Roberto! Incredibile, bello!

Ho scritto a Roberto, non mi ha risposto. Ma non importa. A me piace quando succedono queste cose, ho come l'impressione di fare da conduttore di onde energetiche. come se qualcuno abbia buttato un sasso e creato onde in uno stagno che si propagano e arrivano davvero ovunque passando attraverso molecole che conducono vibrazioni che si rinnovano e si rafforzano. È un movimento energetico che può non finire mai e poco importa se chi ha buttato il sasso ora è altrove. Anzi io credo che chi ha buttato il sasso debba stare altrove e che bisognerebbe guardare al movimento e non a chi lo ha azionato per consentirgli la libertà di fare poi quello che lui vuole, anche di buttare sassi altrove più leggeri, spensierati.




Di Due, Uno.

Avere a che fare con un Xhosa può voler dire molte cose, tra le peggiori: ti darà appuntamenti a cui non verrà perché se ne sono accavallati altri, cercherà di incastrarti tra il meccanico e un intervento alla radio, verrà ad appuntamenti che lui stesso ti ha dato restando a telefono a lungo con tutti quelli che lo aspettano e di cui si è scordato “ho la testa piena di cose“. È a casa con me ed è a telefono, dice che lo aspetta la cugina. “sai, potresti anche fare a me di dire che è una cugina “

“certo che è mia cugina, anzi è la cugina di mia mamma“

“secondo me invece non è tua cugina“

“guarda che la maggioranza dei turisti con cui lavoro è fatta di donne, è nel mondo che la maggioranza è di donne, se dovessi chiedere il numero a tutte diventerei pazzo“

“Oh my poor little boy! infatti tu sei pazzo e sei pure uno sciupafemmine“

“What? sciupafemmine? What means ?“

“means che fai bene, Man“

“faccio bene, Woman?“

“Yes! Enjoy your beauty, bro'!“. A un uomo così in Italia gli avrei dato un calcio in culo.

Quella sera resta con me e manda all'aria i suoi impegni.

Non troviamo nulla di più naturale da fare che, occhi negli occhi, stare nudi uno di fronte all'altro. Sotto la maglia di lana infeltrita marrone chiaro, ha una canotta di cotone rosso, e sotto la canotta rossa, la pelle di seta nera che giustificherebbe cambiamenti di rotta dei marco polo di tutto il mondo. Scivolo fra le sue braccia e l'intreccio dei suoi capelli cade lungo la schiena e ci avvolge come mille braccia, prolungamenti di vene e arterie, piante rampicanti da cui pare impossibile adesso liberarsi. Quest'uomo cresciuto in mezzo alle lamiere sembra fragile e forte come un fiore di calla che qui, nel suo paese, cresce spontaneo come erbaccia tra le rocce.

Di due siamo uno.

In questo stesso istante a Cape Agulhas, la punta più meridionale dell'Africa, due oceani, l'oceano Indiano e l'oceano Atlantico si stanno incontrando. Le loro acque ignare di avere due nomi diversi superano frontiere che il loro mondo non contempla, l'impeto della loro natura scavalca ogni umana e stupida convenzione. Le onde violente si gonfiano e colpiscono la roccia e l'acqua sale su come una lode al cielo. E poi ritornano per morire soddisfatte ai piedi della roccia, tornare indietro, trovare vitalità nuova e ricominciare in un ciclo di rinascita e di morte.

In questo stesso istante a Kirtstenbosch, i giardini botanici più grandi del Sud Africa, un'ape deposita polline nella corolla di un fiore e distese di protea emanano profumo verso il sole. Tutto trova armonia nell'essere UNO solo.

In questo stesso istante, e solo in questo, io sono una donna così bella, ma bella davvero, libera tra le braccia di quest'uomo, così orgoglioso di essere uomo.





il Diritto alla Felicità e i terroristi infelici.

Ho un appuntamento con Jerry per andare nelle township, ma Jerry è un Xhosa e perciò tarda, non avvisa e alla fine non viene per niente. Perdo tutta la mattinata ma non mi perdo d'animo, chiedo a L'UomoMandatoDaDio che sta lavorando sull'isola se ha i contatti di altre guide. Mi manda il numero di Siviwe, ho appuntamento con lui alle due. Arriva alle due e mezza e aspetto che finisca di mangiare un panino e bere birra e che lui mi mostri la sua UNO FIAT con tanto di scritta ITALIA appena sente che io vengo da lì.

Ho tutto il tempo per spiegargli che vorrei andare a Khayelitsha, visitare il posto ma se possibile invitare le persone a partecipare ad un progetto che sto realizzando sul Diritto Alla Felicità. Non tutte le persone indifferentemente, vorrei che lui individuasse qualcuno che conosce e sa che ha qualcosa da dire.

“Wow, mi piace tanto!“ Finito il panino si parte. Prima tappa, una insegnate di un piccolo asilo.

Arrivati a Khayelitsha non riesco neanche a scendere dalla macchina per quanti bambini mi corrono letteralmente in braccio. Saltano tutti i programmi, resto con i bambini a fare la mamma. Siviwe ne prende in braccio tre, prende la mia borsa e la macchina fotografica e fotografa me, non so con quale mano, immersa tra i bambini. Ho bambini attaccati alle gambe, due in braccio e manine dappertutto, soprattutto tra i capelli. Tutti vogliono toccare i miei capelli, sono lisci, sono diversi da quelli delle loro madri.

Siviwe dice che tutta Khayelitsha fa da padre e madri a questi bimbi e pulisce il nasino di due o tre. Poi mi chiama entriamo in una casa dove c'è una giovane studentessa che partecipa al progetto. Ci accomodiamo sul sofà blu, è di pochissime parole ma scrive una frase lunghissima, la fotografo e intanto Siviwe ha trovato altre persone. Entriamo e usciamo da casa con porte aperte e a volte restiamo dentro con i padroni di casa che scritta la frase vanno a chiacchierare fuori mentre noi traduciamo in inglese le loro parole scritte in Xhosa. Una penna non funziona e esco da una casa e entro in un'altra per cambiare penna senza chiedere il permesso né all'uno né all'altro. Tutto è di tutti, pure mio in questo momento.

Siviwe traduce parole che sono di una semplicità disarmante e piene di speranze. Questo progetto fatto tra gli afrikaner ha avuto parole che somigliano molto a quelle degli italiani, parole molto astratte. Tra i neri invece i sogni sono concreti, parlano di attività, di business. C'è il sarto che cerca uno sponsor, il gioielliere che ringrazia Dio per il suo talento e che è felice quando crea oggetti d'oro e d'argento e poco importa quanti soldi ne ricaverà, c'è il pittore felice al tavolo di lavoro e quando fa l'amore. Ma non firma l'autorizzazione finché non mi fa promettere che non farò leggere la sua frase a nessuno nella township, dico no, io le metto su internet nel mio sito, non le leggono qui i tuoi amici ma solo chi si collegherà al mio sito. Così va bene, allora firma.

L'insegnante dell'asilo scrive una frase lunghissima dicendo che è felice quando è con il marito, quando è con i suoi bambini e con i bambini dell'asilo ma che la felicità più grande per lei sarebbe guidare una SuperCar! “Yeah! Sorella c'avessi i soldi ti porterei in Ferrari a scorazzare dove vuoi!“ “Oh Thank you, gimme five sister!“ ride che s'accoppotta con la sedia e si fa fotografare con tutta la scolaresca al gran completo.

Siviwe traduce, aspetta paziente come un santo tutta questa tiritera. “Ti annoi?“ gli chiedo “ ma stai scherzando? mi sto divertendo tanto! Anche io ho pensato a una cosa da scriverti, voglio parlarti di un mio progetto ma prima voglio mostrartelo, ti va di andare a Langa?‘

Lasciamo Khayelitsha per Langa, attraversiamo le township che stanno in mezzo. Per la strada gli chiedo se posso offrirgli qualcosa, pensavo a qualcosa da bere ma lui vede un banchetto della frutta e dice “Sì, grazie, prendiamo una banana“ Chediamo tre banane e per me una mela.

Siviwe ormai perfettamente nella parte invita a partecipare al progetto i due fruttivendoli.

Grandissimo errore! I due sono fratelli, rasta ma dei rasta non hanno affatto la vocazione per il peace&love.

Mi assalgono di domande, mi accusano in quanto bianca della loro infelicità, mi dicono lo sai che noi eravamo felici? mi dicono lo sai che i padri dei tuoi padri dei tuoi padri hanno portato qui la legge del diavolo? Di dove sei? Li guardo incredula con la mela in bocca e Siviwe è indeciso tra il ridere e portarmi via da là.

Sono italiana.

Ah! Italiana! Conosci il papa? sei mai stata al vaticano? lo sai che il papa è il diavolo? i padri dei tuoi padri dei tuoi padri hanno portato l'infelicità in africa

Siviwe dice “andiamo“ io dico al fruttivendolo “ok brother adesso siamo qua, tu sei nero io sono bianca che vogliamo fare?“ Siviwe dice “Listen Man, se vuoi partecipare al progetto scrivi e lei ti fotografa se no Dio ti benedica fratello“ Mi guarda fisso, per un tempo lunghissimo non abbassa le palpebre, fisso con tutto il disprezzo verso di me porta il mio quaderno a sé e scrive “La felicità per me è distruggere il numero 666, marchio del diavolo“ e aggiunge tra parentesi “cioè il Papa“

“Ok mi interessa il tuo punto di vista fratello“ e faccio per chiudere il quaderno. Wait! Wait! se lo riprende e aggiunge “La società segreta“ nel posto dove deve formare scrive Unhappy African. Al momento di farsi la foto dice ancora Wait! Wait! va dietro alla bancarella e ritorna per mettersi in posa con un quadro del suo Dio, Hailli Sellassie, the power of the Holly trinity scrive ancora nel quaderno.

Siviwe non ne può più, è già verso la macchina, faccio per raggiungerlo ma prima dò la mano ai fruttivendoli per ringraziare e salutarli. Le mani si incrociano col primo dei fratelli che mi dice “No!“ come se chissà che torto stavo facendo, “No!“ Sivuwe mi è di nuovo accanto forse preoccupato da questi pazzi “non si saluta mai cosi! Lo vedi questo? e mi mostra i due pollici il mio e il suo che incrociandosi descrivono una svastica. “Noi non siamo nazisti, noi fratelli africani salutiamo così“ le mani pugno contro pugno e il pugno portato al cuore. Ma va a cagare... credo che pure Siviwe l'abbia pensato e corriamo tutti e due in macchina lontani da questo due che sono quanto di più vicino ad un terrorista io abbia mai incrociato! “I can' belive! Crazy boys, Just crazy boys, andiamo via, scappiamo“ dice Siviwe più incredulo di me e accellera. “spero che la mela non sia avvelenata“ , lasciamo alle spalle una nuvola di polvere dalle ruote della UNO FIAT ITALIA.


Arrivamo a Langa. Siviwe si avvicina a un garage apre la porta dal basso verso l'alto e mette un pesante palo di legno per tenerla aperta. Dentro è buio pesto, intravedo dei ragazzi. Sono 36 ragazzi, studenti di danza di Siviwe che al buio del garage si stanno allenando. Siviwe ha un progetto che si chiama Happy Feet e allena 36 ragazzi dai 6 ai 16 anni in una danza ispirata ai balli dei minatori. Dice qualcosa loro in Xhosa e sento il click che fanno per parlare nella loro lingua e incominciano a uscire fuori. Sorrido a tutti, mi sorridono. Siviwe mi dice “Adesso ballano per te“

Appena fuori dal garage c'è un marciapiede molto alto, decorato con le mani intrise di pittura di tutti quanti, è il loro palcoscenico. Si aprono le danze, iniziano i piccolissimi, poi via via gli adulti. Indossano stivali di gomma e seguono il ritmo che creano battendo le mani lungo gli stivali. È incredibile il sincronismo. Di ritorno in Italia ho visto che è iniziato X-Factor, con tutto il rispetto ma qua altro che Fattore X, ci sono ragazzini con un talento incredibile, e fanno spettacolo senza luci, senza microfoni, usando un paio di stivali e il loro corpo. Siamo dentro all'arancio del sole che sta calando e io sono l'unica del pubblico. Meriterebbero attenzione, applausi più rumorosi di quello che riesco con due mani.

A un certo punto uno scricciolo con una magliettina fucsia resta in piedi mentre gli altri sono accucciati con le mani ferme sugli stivali, e nel silenzio canta a cappella, la sua voce risuona fra le lamiere; è una, è piccola ma sembra che stiano cantando in tanti. Chiude gli occhi e braccia al cielo canta “africa- africa-africa“ canta la sua terra con passione, canta un mondo di miseria, di speranza, canta a nome di tutti, canta tutto il suo amore. Sono piena di lacrime, di gratitudine, c' è qualcosa che parte da questo scricciolo e trova un cassa di risonanza in me. Lei canta e io sto bene. Questo è tutto quello che io chiamerei arte e che di sicuro io chiamo bellezza. Sono al centro di una preghiera.

La bambina si chiama Anita, ha 10 anni; le dico sei brava Anita, devi continuare a studiare a studiare per migliorare sempre, hai un bel talento, studia!

Non si staccherà più da me, mi abbraccia in continuazione, mi porta amichette da conoscere, e quando me ne vado mi fa scendere dalla macchina per un ultimo abbraccio. Forse mai nessuno ad Anita ha detto “brava, tu sei la numero uno!“ Ma lei è la numero uno per davvero!


Torniamo a Cape Town, il tour è durato molto più del previsto. “non mi sembra di aver lavorato oggi, sembra di essere stato in giro con un'amica“

“oh, Siviwe, è la cosa più bella che potevi dirmi“

“È così, non ti sei spaventata di niente, non hai indossato la cintura di sicurezza in macchina, non avevi paura, sei tranquilla. Quasi non dovrei chiederti i soldi“

“Yeah Brother! Ascolta, ma può una bianca vivere qua?“

“Non ci sono bianchi qua, ma per vivere qua basta poco, basta che non stai chiuso dentro casa, ma che fai amicizia con i vicini. la mattina prima di uscire a lavoro e la sera quando torni passa del tempo con loro e vedrai che non ci saranno problemi, si sta tranquilli“

Ma mentre parla deve schivare due che fanno a botte in mezzo alla strada, più avanti c'è un'auto ferma e una donna distesa a terra tenuta per la testa da un uomo disperato, due macchine della polizia sono ferme dall'altra parte della strada. Ferme. I poliziotti stanno fermi, stanno lì a guardare.





La notte che ho l'Aids.

Questa sera non so come Antonella mi parla dell'AIds, di come la stragrande maggioranza dei neri ha l'Aids.

Questa notte la mia testa fa rumore e invece di dormire io l'ascolto dirmi che ho l'Aids, per giunta trovo su facebook l'email di Saretta che mi ha sognata, dice che nel sogno io aspettavo una figlia bellissima.

Questa notte la mia testa dice che ho l'Aids e aspetto una figlia.

Invece del sonno ho solo un fastidioso dormiveglia tanto che alle quattro preferisco restare sveglia.

Mi chiedo cosa farei se scoprissi che sto per morire tra tre mesi. La risposta arriva chiara: se sapessi che tra pochi mesi muoio io affitterei un camion, anche se non lo so guidare ma tanto è un sogno, e visto che sono venuta al capo più al sud del mondo a fare il mio progetto sul Diritto alla Felicità, ecco io traccerei una linea sull'atlante per risalire attraverso l'Africa fino al Capo più al nord del mondo, per incontrare le persone e chiedere “che cosa è per te la felicità?“

E quando avrei finito mi lascerei morire come Richard Braun in The Hours, quello fico, quello che dice “Oh, Mrs. Dalloway, always giving parties to cover the silence“ e come lui mi lascerei cadere dalla finestra in mezzo alle vocali e alle consonanti dei pensieri più felici della mia raccolta, lasciandoli come eredità al mondo.

Yeah, sarebbe una fine favolosa!

Ma trovata la soluzione non ho più il problema, mi sveglio senza l'Aids e con il mio splendido sogno e penso che ho 2500 amici su facebook se ognuno contribuisse con pochi euro potrei in parte realizzare il mio progetto.

Wow, ficherrimo sarebbe!




Ciao, ciao Cape Town.

Sta per concludersi il mio viaggio, sono da Osumo, un ristorante di solo cibo biologico ma con le solite porzioni inimmaginabili, e sono con un flusso di pensieri, il pensieri della fine di ogni cosa, quelli che arrivano quando tu sai che stai per chiudere un capitolo e vedi che tutto attorno continua allo stesso modo. Dalla vetrina del ristorante vedo ragazzotti bianchi passeggiare con tavole da surf sotto braccio, altri muoversi tra le macchine con i rollerblade, molti a piedi nudi e tutti che si muovono, continuano a dar vita a questa strada dove tra poco io non ci sarò.

Sono i pensieri della fine di qualcosa, quello che sembra strano che tutto continua pur senza qualcos altro. Ricordo perfettamente la prima volta che mi sono venuti i pensieri della fine di qualcosa, era tanti anni fa, era morto un mio amico il giorno dopo aver compiuto 18 anni e mi sembrava innaturale che tutto continuasse normalmente a vivere.


L'sms de L'UomoMandatoDaDio interrompe il flusso dei pensieri della fine. Mi scrive “Passo a mostrati come si saluta un africano“

“I can't wait, Man“

e ci vediamo.

Gli dico scegliti una location voglio farti delle foto. Sceglie di andare in spiaggia a Camps Bay, una scelta stonata per quello ceh voglio fare ma dice che lì adesso sta scendendo il sole.

Ha una macchina che non è sua, la sua è dal meccanico ancora, questa è verde pisello con la scritta Chico sulla portiera, però la portiera si chiude bene.

Arriviamo a Camps Bay, la spiaggia dei bianchi, la spiaggia dei ricchi “non mi piace qua, ma quando potrò comprerò una casa qua solo per vedere la faccia dei bianchi!“

Il mio progetto si rivela impossibile da fare, vorrei fare dei ritratti a lui con un pezzo del mio corpo dentro, “dipende da quale pezzo, baby?“ “Il migliore Man“. Gli spiego che vorrei fargli delle foto in cui lui deve stare fermo e guardare in macchina e non fare niente se non essere se stesso, un uomo. io avvicinerò una mano al suo viso, un braccio al suo corpo e di me si vedrà solo la mano o il braccio, un pezzo del mio corpo.

“Mi piace! Ci sto!“

Perfetto.

Ora il problema è trovare uno scoglio dove deve stare lui, di fronte alla stessa altezza un altro scoglio dove posizionare la macchina senza farla cadere a mare, poi io dovrei inquadrare, mettere a fuoco e in 10 secondi mettermi in posa accanto a lui.

“Togliti le scarpe ce la fai“

Invece gli scogli sono taglienti, con un paio di prove riesco ad arrivare accanto a lui ma affondo i piedi fra le cozze in mezzo agli scogli e smonto tutta la messa in scena. Riusciamo a farne due, fanno schifo, poi rinuncio.

Passeggiamo sulla spiaggia correndo attorno alle onde che vanno e vengono sulla riva, fino al punto in cui tutto è arancione e il sole cade giù.

“ehi, Man, guarda! c'è il tramonto, finalmente non lo abbiamo perso!“

“..proprio adesso che ci perdiamo noi!“ Fa un passo dietro di me, si abbassa e guarda il tramonto appoggiando la testa sulla mia spalla. “Ma tu torni, lo sento che torni. Stai andando a Roma il tempo di una pizza, di salutare i gatti e poi torni da me e quando tornerai avrò una casa tutta mia, tu verrai a stare da me, ti farò stare bene“

“Pensa quanto sarà felice la tua donna! ...Non pianificare, Man e poi sembri che stai leggendo un copione“

Lui lo sa e ride anche lui.

“ah, è vero, non sono un uomo di cui fidarsi. Ma torni, c'è qualcosa che me lo fa sentire. A Dio piacendo, quest'estate tu torni“.


L'aereo sale su, un po' dormo, un po' piango, un po' cerco di vedere Cape Town dall'alto per l'ultima volta ma c'è uno strato di nuvole fitte.

Dormo un po'. Quando mi sveglio mi affaccio ancora, siamo volando non so esattamente dove ma di certo sulle cime di due montagne che a valle tra il versante dell'una e dell'altra accolgono un lago. Il lago ha la forma di un cuore. Mi torna in mente quando una volta facendo l'ultima escursione a piedi per la savana del kenya nel mio ultimo giorno di quel viaggio ho trovato un sasso con inciso sopra un cuore e l'ho preso come un messaggio d'amore che l'Africa aveva scritto per me.

Ma due volte no! Due volte è da visionaria. Da pazza, da ingenui, da scemi. Mi affaccio, rientro mi affaccio ancora. Cambia il punto di vista ma quel lago forma sempre un cuore. Mi sorrido da sola e ho una bellissima intuiizione, io adesso, in questo momento sto capendo perfettamente che non è l'Africa, non è un posto, non è un uomo, non è un'amica, non è un viaggio, non è un lavoro, ma è il luogo in cui tutto questo confluisce, il punto in cui tutto questo diventa UNO, una cosa sola.

Questo punto sono io, crocevia di ognuna di queste vibrazioni, incrocio di tutto quanto questo amore.


Qui le foto del mio viaggio

http://www.speranzacasillo.com/southafrica/


Much Love,

Spé.




KENYA.

RITORNO IN AFRICA IL SETTE GIUGNO DUEMILAOTTO.

Torno per finire la mia brochure sui Campi YaKanzi.

il volo con la KLM non è molto confortevole, meglio la Swiss con cui ho volato a gennaio.

Da Amsterdam viaggio con Gianluca, un ragazzo di Perugia molto carino ma che parla all'infinito.

ogni tanto si alza per sgranchirsi le gambe e fa un giro e io approfitto per chiudere gli occhi e crollare in un sonno profondo.

non sono andata a dormire la notte scorsa. quando mi sveglio mi fa delle cazziate perché dormivo e non gli tenevo compagnia.

è l'ennesimo uomo che nemmeno mi conosce e che dice di me che sono una “strana“ ma che cazzo vuol dire “strana“? aggiunge pure libertina...libertina? io?

perché viaggio da sola? perché sto andando nel bush... ?....non capisco ma il tipo è molto simpatico, c'ha i capelli lunghi lisci e belli e deve essere uno davvero in gamba. gestisce i soldi della gente.

nulla di piu lontano da me.

ma dice di saper fare il grafico il montatore video il fotografo. diffido sempre della gente che dice di saper fare un sacco di cose. realizza marchi in 3d “...così sono già pronti in un ambiente per un'eventuale animazione! “ ossignore! gli dico mi piacerebbe vedere i tuoi marchi sono sicura che mi faranno molto schifo. sono seria ma per fortuna lui ride.


Arrivo all'aeroporto di Nairobi che fa davvero freddo. ci sono molte più persone all'aeroporto; rispetto a gennaio la situazione è migliorata e il turismo è ripreso.

Stavolta so esattamente dove andare ad incontrare James con il cartello col mio nome. Esco e una decina di persone mi mostrano il cartello con aria interrogativa. Mi interrogo più di loro visto che su nessuno dei cartelli c'è scritto il mio nome.

è qui che sento Pss..pss..: James ha pensato bene di chiudere il cartello e chiamarmi con un Pss...psss in mezzo al boato di rumori che c'è. Lo guardo mi sorride “don't you remember me?” "yes! I do! ciao James!"

"Welcome back to Africa, Speranza!" e ride fino all'aeroporto di Wilson da dove domani prenderò il volo verso la terra dei maasai.

Fa freddo, la strada è buia. molti camminano ai margini della strada senza marciapiede. apro i vetri della jeep per pagare i pedaggi di entrata e uscita e l'aria fresca mi invade.

E' l'aria dell'Africa. si riconosce subito. Welcome back! sono già felice.


8 GIUGNO'08. ARRIVO AL CAMPO.

L'appuntamento per il volo è alle nove ma alle otto e mezzo James bussa alla mia casetta per dirmi che a causa del maltempo rimandiamo il volo.

mi rimetto sotto le coperte perché fa davvero freddo. Quando bussa ancora sono le undici e possiamo volare.

Martin il pilota ci viene incontro e carica la mia valigia e la sacca con i regali per i bambini del campo. e mi schiaccia tutte le scatole delle bambole.

C'è la segrearia di Luca con noi ma io sono l'unica ospite a volare e Martin mi fa sedere accanto a lui

Spero davvero di non vomitare. Davanti ho tantissime leve e pulsanti e la stessa cloche che usa il pilota.

mi fa indossare la cuffia per poter parlare durante il volo. so già che i primi minuti dovrò stare zitta perché deve avere indicazioni per il volo

Inizia a comunicare Oscar Oscar... sento altre voci coordinate e l'aereo che parte.

ci alziamo e voliamo.

qunado siamo in alto l'aereo sembra quasi immobile adagiato su un letto di nuvole come cotone idrofilo uscito intatto dalla custodia.

Arriviamo al monte Kilimangiaro che dal cotone esce di un colore azzurro appena più scuro del tenue colore del cielo. C'è tanta neve sul kilimangiaro.

Martin parla ma non capisco e allora ride forte. quanto mi piace la risata degli africani! mi dice di prendere in mano la cloche e mi dice Roll! Roll!

sono sempre più convinta che quel manubrio sia finto e allora Rollo e -surprise- l'aereo gira nella direzione che gli sto dando. Martin è folle! ma ci prendo gusto e giro e rigiro il piccolo aereo

C'è anche un comando di push and pull con cui tiri su e giu l'aereoplano. sembra di stare sule montagne russe.

avanziamo sul cotone di nuvole quiete ma quelle davanti a noi sono diverse e rarefatte e ci corrono in faccia quasi violente e si schiantano sul vetro davanti lasciando molecole di acqua che invece di scendere lungo il vetro salgono su.

attorno è tutto bianco. un'ora di volo e ci abbassiamo verso il verde.

atterriamo. e con la jeep arrivo ai campi.


ci sono i maasai che mi danno il benvenuto e li riconosco tutti. li abbraccio e li bacio e faccio lo stesso errore di quando li ho lasciati: qui non si bacia e non si abbraccia.

alla tembo house è tutto come l'avevo lasciato, la stessa magia di questa stanza di pietra e legno sulla collina.

conosco gli ospiti, due americani e Olga una ragazza di La Spezia. rivedo Stefano che mi presenta il piccolo Stefano che ha dodici anni e che è qui per 20 giorni, un ragazzino proprio in gamba e prima di pranzo riabbraccio Luca.

Nel pomeriggio partiamo per la foresta nebulare con Parashi e Sunte, i tracciatori maasai. mi piace attraversare la savana con l'aria fresca, le urla degli uccelli, gli odori delle cacche degli animali, ossa disseminate un po' ovunque e la voce dei maasai che indicano e pazientemente aspettano che riusciamo a vedere e riconoscere animali che loro vedono già da una certa distanza.

Tutto quello che a gennaio era verde ora è giallo e secco ma ci sono fiori nuovi e tanto odore di menta.

Sulla collina facciamo un picnic e ripartiamo

lungo la strada del ritorno c'è quel che resta di un animale appena divorato da un leone. la testa è totalmente senza pelle, sono rimaste le ossa e la carne rossa. accanto c'è una zampa intatta e ancora con lo zoccolo e poi pezzi di carne e sangue un po' ovunque nelle vicinanze.

L'animale è stato ucciso altrove e portato qui dal leone per ripararlo da scaicalli e avvoltoi perciò potrebbe essere ancora nelle vicinanze.

il leone, l'animale che più di ogni altro vorrei vedere durante il mio nuovo safari.


9 GIUGNO '08. LA MORTE.

la matitna vado a salutare le bambine a scuola. Lulù la figlia di Luca è in italia e Sari, il piccolo principe non frequenta più questa scuola, perciò posso abbracciare solo Simaloi e Mambei. le bambine sono cresciute; trovo le piccole molto più sicure di loro stesse e meno timidamente mi parlano e con orgoglio mi mostrano i quaderni; sono dolcissime e mi abbracciano per ogni regalino che ricevono prima di scartarlo e dopo averlo scartato. E' ora di pranzo e devono andare mi faccio dare tanti bacetti e spero di poter tornare ancora a scuola a trovarle.


Nel pomeriggio Luca invita me e Olga ad andare con lui a fare un sopralluogo sulla terra dove vorrebbe costruire una diga. Partiamo con Samson e Matasha. Luca parla loro in swahili e di tanto in tanto traduce per noi della necessità della costruzione di questa diga per incalare l'acqua del fiume che ora è assolutamente in secca per fare in modo che una parte del territorio possa essere dedicata al pascolo e riservare il resto agli animali selvaggi.

Negli anni la popolazione maasai, come quella delle altre tribu keniote è aumentata e questo popolo da sempre dedito al nomadismo ha visto sempre più diminuire gli spazi a dispozione dove spostarsi e dove poter nutrire il bestiame. perciò si dovrebbe pensare a una politica di sviluppo diversa rispetto a quella degli anni passati orientata alla conservazione e non già alla suddivisione del territorio. Per fare questo tutti i maasai proprietari della terra devono essere d'accordo. perciò il progetto deve essere sottoposto all'asseblea dei capi villagi incaricati alle decisioni. Il metodo non è quello democratico basato sulla maggioranza, qui tutti devono essere d'accordo e se anche uno solo non lo è si discute e si ridiscute, si portano nuove prove dellla valenza del progetto affinché tutti siano profondamente convinti. Luca lavora a ques'idea da DODICI ANNI!!! ma forse sta riuscendo in questi mesi a ottenere i risultati che voleva. Luca ha costanza perché ha passione e ama profondamente tutto quello che fa qua. troppo forte Luca.

Lungo la strada ci imbattiamo in una cosa terrificante; Luca ci prepara perché sa già cosa è successo. un gruppo di bracconieri della tanzania ha ucciso un elefante.

parcheggiamo sulla terra rossa e camminiamo su una picocla collina quando improvvisamente vedo una smisurata massa grigia riversa a terra. ci avviciniamo, Luca deve capire come lo hanno ucciso. Lo seguo ma a una decina di passi dall'elefante resto immobile.

resto agghiacciata davanti a uno spettacolo terrificante. come assistere ad un agguato, il peggiore dei crimini, il più terribile degli incidenti. davanti alla morte così violenta per un pò non riesco a camminare. sono paralizzata e piango per la violenza che mi ha investita.

l'elefante è caduto sul lato sinistro ed è coperto di sangue sulla schiena, ma il sangue è a terra molti metri più in là perciò è stato colpito e poi ha camminato fino al punto in cui sta. orribile.

è ricoperto di mosche e vermi. mi avvicino e c'è una puzza nauseante, dobbiamo tenere le maglie davanti alla bocca per girargli attorno. le sue zampe sono gigantesche; passo davanti e vedo che nella pancia ha un profondo buco da cui sono fuoriuscite tutte le interiora. ma lo spettacolo più terribile è la faccia. La faccia non c'è più. è rimasta la proboscide ma non ci sono gli occhi e questi sciacalli hanno ovviamente portato via le zanne.

il senso di vergogna di sgomento di disorientamento ci tiene tutti pietrificati e in silenzio. cosa vuoi dire davanti alla violenza degli uomini? sulle nostre teste un albero ombrello ospita decine e decine di avvoltoi che attendono il pranzo. la vita trae nutrimento dalla morte. di qualsiasi natura essa sia, anche se così schifosa ingiusta violenta. ma solo l'uomo può pensare di compiere una cosa simile per una necessità che non è vitale. lo scempio davanti ai miei occhi, l'odore di questa morte e il corpo di questo gigante abbattuto mi si impressiona nel cuore e adesso che scrivo sul letto della mia tenda con la coperta gialla e arancio con texture di elefantini il pensiero torna a quel posto vicino al fiume in secca dove una famiglia ha perso il padre e dove gli elefanti torneranno per piangere quella morte perché più di tutti l'elefante è l'animale che ha il senso della famiglia e la consapevolezza della perdita e del dolore.


10 GIUGNO '08. LA SORGENTE.

stamattina la sveglia è alle cinque e alle sei andiamo verso la sorgente

fa davvero freddo. sono in macchina con Olga e davanti ci sono le americane con cui proprio non riesco a comunicare.

non è solo questione di inglese. ci sono persone con cui non entro in sintonia e questa tizia, molto gradevole di aspetto, con i denti troppo bianchi e che ride a ogni parola, proprio non riesco a farmela piacere.

a tavola ieri c'è chi mi ha esortato a parlare, dice che devo comunicare e partecipare. mi sembra una rottura di cazzo perché me lo dice insistendo. lascio fare perchè non ho voglia di discutere e poi non sono qui per intrattenere nessuno tanto meno una che ride a ogni parola che dice. mi sembra uno di quei comici che per una battuta venderebbe la moglie e ucciderebbe la madre. davvero questa donna non la vedo mai nè silenziosa nè seria.

al campo passano molti americani. alcuni sono deliziosi altri sono una collezione di parole semplificate come WOW! FANTASTIC! e, pur non comprendendo molto di ciò che dicono, pare dicano ovvietà e mi annoio a tradurre i miei pensieri o tradurre le frasi che compongono e che non mi interessano. e alla persona che ancora insiste nel farmi conversare vorrei tanto che si tenesse la supponenza del suo inglese perché sta parlando con un'italiana; forse la mia storia per lei è sinonimo di spaghetti e mandolino e allora io come Gaber ... qui mi incazzo sono fiero e me ne vanto gli sputerei sulla faccia cos'è il Rinascimento...


le americane parlano e nemmeno il freddo della matitnata le interrompe. ma anche loro restano senza fiato quando un ghepardo ci attraversa la strada.

l'erba è alta e gialla e il ghepardo si muove attraversandola con un'eleganza tanto naturale che meraviglia. è lungo ed esile e ci passa davanti noncurante di noi. cammina e poi si siede sotto ad un albero di acacia. poco distante c'è un altro ghepardo disteso sotto un altro albero. rotola sul dorso e se ne sta con le zampe in aria e si muove come se volesse grattarsi la schiena. almeno questo è quello che penso io perché associo il movimento a quello del mio gatto sul divano. l'altro ghepardo resta immobile e ci guarda per tutto il tempo che restiamo lì estasiati a guardarlo a nostra volta, mentre il sole sale dietro alla collina e il profilo del felino si colora di caldo e di arancio.

Pashiet e Sunte ripartono con la macchina e davanti corrono i congoni, i dik-dik che saltano in ogni dove intimiditi e spaventati da noi. ci sono gnu e uccelli che li volano attorno, blu verdi alcuni fluoresenti, ci guardano le giraffe mentre muovono la bocca mangiando goffamente, il facocero che è bruttissimo e che Olga adora e famiglie di impala e zebre che sollevano polvere bianca sulla strada rossa d'argilla. il cielo è azzurro con nuvole bianche e c'è odore di pioggia e sapore di fresco.

Attraversiamo il letto di un fiume in secca e ci imbattiamo in un gruppo di zebre e c'è una mamma con il suo bambino che succhia latte dalle mammelle. e c'è un via vai di gazzelle.

Pashiet e Sunte ci fanno vedere le orme e le cacche degli elefanti. sono fresche e dovrebbero essere qui attorno. ci inoltriano nella savana lasciando i sentieri e seguendo le orme giganti. Pashiet guida e Sunte all'impiedi dà indicazioni per evitare buche troppo grosse. i rami di acacie con le spine sbattono contro la land-rover e dietro cerchiamo di schivarle; ancora un po' di slalom e da lontano vediamo una massa marrone molto grande. è uno degli elefanti!

ci avviciniamo fino a che possiamo con la macchina e dalla fitta vegetazione ne vediamo altri. Pashiet li conta e li riconta e poi li conta ancora. sono davvero tanti. sono grossi e pesanti e lentissimi in tutti i movimenti che fanno.

Arriviamo alla sorgente. i tracciatori camminano su un tronco d'albero caduto che attraversa la vegetazione e arriva fino alla pozza e con il machete tagliano i rami per permettere di passare. dal rumore dell'acqua che sentono stabiliscono che ci sono gli ippopotami ma non riusciamo ad inoltrarci e possiamo solo sentire le voci. qui è pieno di ippopotami e coccodrilli.

riprendiamo la jeep fino ad una vastissima pianura verde spaziosa con tanti alberi con altissimi tronchi gialli e tanti tronchi abbattuti dal forte vento e dagli elefanti in calore.

ci fermiamo a fare colazione. le americane si siedono al tavolo allestito dai maasai, Olga prende una tazza di caffè e va a sedersi lontano su un tronco d'albero caduto; Stefanino saltella tra un albero e l'altro imitando i babbuini che ci circondano che urlano, zompettano, ci guardano, aspettano che ci avviciniamo e poi di scatto sono già sulla parte più alta dell'albero.

è uno spettacolo di colori di odori di suoni. Mi siedo con Parashi Sunte e Pashiet sulle radici di un albero e dico che non vorrei andare via da qua. mi dicono e allora non andare. e come faccio? non è possibile. perché non è possibile? se vuoi puoi restare puoi sposare un maasai ce ne sono tanti; se vuoi, dice Pashiet, puoi stare da me. sto cercando la mia seconda moglie... ridiamo o ridono di me, la muzungu che vuole restare.

sulla strada del ritorno incontro un uomo in bicicletta che vuole parlare ma non capisco nulla di quello che dice, vuole farsi fotografare e rivedersi nel monitor della mia macchina fotografica. pedala su una bici dalle ruote alte e trasporta un piccolo sacco bianco.

dall'altra parte del sentiero invece arrivano verso di noi due donne cariche di sacchi sulle braccia e sulla testa e un'altra più giovane con un bastone tiene insieme un gruppo di mucche rinsecchite. non ci sorridono, non parlano, non si fermano. ecco che ti aspetta se resti con pashiet stellì...mi dice Olga. guardiamo pashiet riguardiamo le donne e ci sa tanto che ritorniamo in italia.

tornando alla jeep passiamo nell'erba alta e in mezzo a fiori di un viola intenso; fosse un'immagine aperta in photoshop sarebbe di sicuro in metodo rgb perché è uno di quei colori che non riusciresti mai a riprodurre in stampa.

ritorniamo al campo attraversando numerose famiglie di giraffe. chissà quante ne avranno viste ma i maasai insieme a noi restano pieni di stupore a guardarle.


IL BUSH DINNER.

nel pomeriggio gli ospiti fanno un safari a piedi su per la collina, io resto in ufficio a lavorare. ho delle pagine da correggere e il padano mi ha aggiunto pure due pagine da fare! lavoro nell'ufficio di Luca al piano inferiore con Katrin e Brian. Katrin è enorme e gentile; Brian un ragazzo singolare pare timido ma non lo è affatto. non sono della tribu maasai. parliamo solo un poco e a bassissima voce per non disturbare ma forse anche per non farsi sentire da Luca. mi accorgo in questi giorni che alcuni dei ragazzi che lavorano per Luca sono intimoriti da lui e hanno costantemente paura di essere licenziati. il padano incute paura!:) aarr... mi fa sorridere la cosa, Luca tutto sembra tranne che uno che mette timore che possa spaventare. Lo vedo quando lavora che è di una serietà totale ma sa anche giocare essere leggero sdrammatizzare. non può mettere timore quest'uomo fichissimo che ieri che uscivo dal bagno della tembo house mi ha allargato le braccia e mi ha chiesto vieni qua dammi un abbraccio terruncella!


alle sei partiamo con Stefano per raggiungere gli altri ospiti che saranno ormai arrivati alla collina.

lassù in alto in mezzo al bush i maasai hanno acceso un fuoco per noi e preparato con cura tavoli e sedie, hanno illuminato il posto con lanterne e adesso ci offrono da bere. C'è Matasha che mi offre da bere stasera e addirittura mi saluta e parla, Matasha è il maasai più maasai che ho conosciuto qui. è quasi buio e la luna è già sopra il kilimangiaro c'è silenzio e se mi allontano un pò dal vociare degli altri sento il vento; pare che parli mentre sposta nuvole leggere, tratti di bianco che sostengo l'azzurro scuro del cielo di notte e poi, come tante spilli a reggere il telo di questa scenografia miracolosa, ci sono stelle infinite. qualcuna cade, veloce: non hai tempo per pensare per desiderare.

dal basso della collina arrivano i maasai cantando e danzando per noi attorno al fuoco. gli uomini si esibiscono in salti sempre più alti, le donne hanno grandi collane al collo e con le spalle le fanno muovere avanti e dietro. Paul, un ragazzo americano, si unisce a loro e per quanto può non salta più del maasai che salta di meno. C'è un'atmosfera pacifica e quieta. la musica il canto la danza qui come in ogni parte del mondo avvicina armonizza aggrega.

La cena è squisita come sempre. siamo in due grandi tavoli. in uno si parla inglese al mio possiamo parlare italiano. Luca passa da me e mi dice che se voglio migliorare l'inglese devo fidanzarmi con un inglese però mi dice ricorda if you try black after you come back! che scemo che sei...mi fa morire dalle risate questo padano. gli rispondo che non è esattamente così e che io lo so! e che la cosa può valere per le padane ma io sono terroncella e poi abituata ai siciliani. Luca ride e gli piace che può sfottermi quanto vuole che io non me la prendo.

Dopo cena il padrone di casa ci fa accomodare attorno al fuoco. Stefano ha portato l'I-Pod e sentiamo una musica classica che gli americani gradiscono molto. poi la scelta si fa più italiana e Luca attacca cantando sottovoce le canzoni di De Andrè. ma già alla seconda si trasforma in una rock star; canta come un pazzo come fosse da solo. mi sembra me quando canto nel cesso di casa mia con la spazzola come microfono. canto insieme a lui noncurante dei nostri ospiti. adesso cantiamo Mina e Luca cerca le canzoni e mi chiede ma questa la conosci?...questa!? azz la cantavo quando andavo alle scuole medie... Quand'ero piccola dormivo sempre al lume di una lampada per la paura della solitudine paura che non mi ha lasciato mai nemmeno adesso che sei qui e dormi accanto a meeeeeeeeee ....

siamo stonatissimi ma non ce ne frega un cazzo. gli americani pian piano si allontanano e ci danno la buonanotte tornando al campo. li abbiamo demoliti. restiamo io, Luca, Olga , il piccolo Stefano e i maasai. Io e Luca cantiamo come pazzi canzoni che Olga che è più giovane di noi e stefanino che ha dodici anni non conoscono. ma a Luca piacciono i Pooh! o my god! e non se ne va se prima non cantiamo Noi due nel mondo e nell'animaaaaaaaaa. nella macchina al ritorno il repertorio è di Bennato quando Bennato faceva musica. Olga non lo conosce e nemmeno Stefano... cazzo Luca ma io conosco tutte le canzoni che conosci tu e loro no. sono vecchia come te?! che cazzo ce ne frega ci stiamo divertendo la conosci questa? ...un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo in un altro di svegli e devi cominciare da zeroooo.

il maasai all'impiedi nella jeep illumina con il faro il sentiero cercando di far evitare le grosse buche. smettiamo di cantare solo quando nel bush incrociamo un bufalo che ci guarda. Siamo infreddoliti con le coperte sulla testa guardiamo il bufalo illuminato dalla torcia. la distesa di erba alta è appena illuminata dalla luna e dalle piccole stelle quando non sono coperte dalle nuvole.

“non so se ve ne siete accorte ma mi sono proprio rilassato stasera sono stato bene mi sono divertito. grazie ragazze, buonanotte“

lalasalama a te luca, dormi bene.




12 GIUGNO'08. UNA NOTTE ALLA BOMA.

oggi è stato un giorno speciale. scrivo di ritorno dalla boma. l'altra sera davanti al camino dopo la cena Clare ci ha parlato della sua esperienza con i maasai. Clare è una ragazza americana giovanissima avrà venticinque anni. è arrivata al campo qualche anno fa; era l'nsegnante di Lucrezia, la figlia di Luca. ma poi pian piano ha assunto ruoli di responsabilità maggiori e adesso lavora per la fondazione.

l'altra sera ci ha raccontato che i primi tempi Luca l'ha mandata a vivere nel villaggio insieme ai maasai per capire se era fatta per questo posto. è rimasta lì sei settimane con persone che non parlavano inglese e nemmeno lo swahili ma solo il maa. Con il tempo si è perfettamente integrata e si è anche innamorata del suo maasai e lei stessa si sente una maasai.

resto affascinata dalla sua esperienza e quando Luca chiede a me e a Olga se ci piace l'idea di passare una notte nella boma io non esito nemmeno un attimo: voglio andare!

quella dei maasai è una popolazione nomade che quando si ferma in un posto costruisce case circolari fatte di sterco di mucca e legno nel mezzo della savana; gli appartenenti alla stessa famiglia costruiscono case nella stessa area poco distanti tra loro e distribuite in modo da formare un cerchio. la boma è il cerchio, l'insieme delle case vicine. Ho chiaro, perché me lo sono chiesto, che il mio desiderio di passare una notte nella boma non è un fatto “turistico“ io ho amato questa popolazione dal primo istante in cui sono venuta in contatto con loro ( a parte l'esperienza terrificante di malidi!) e bramo di conoscere la loro cultura e il loro mondo fatto di cose semplici senza sovrastrutture; un mondo libero primitivo selvaggio. sono grata di aver ricevuto questa possibilità di stare con loro.

Olga dice di sì e ci sorridiamo ma ha molte perplessità. prima fra tutte non vuole creare problemi a chi ci ospiterà e vorrebbe essere sicura che anche loro siano felici di averci al villaggio.

il pomeriggio alle quattro dobbiamo partire e Olga ha ancora dei dubbi anche perché c'è qualcuno al campo che ci dice che stiamo mettendo in difficoltà Pashiet che ci ospita e che si sente costretto a farlo. Tutte cazzate! e capisco che dice cazzate soprattutto quando aggiunge che anche Luca si sente in dovere di proporci questa esperienza per essere gentile con noi. cazzate! Luca non è un uomo che si sente in dovere di niente e lo conosco quanto basta per sapere che non farebbe nulla di scortese per i maasai solo per essere gentile con i suoi ospiti. Olga va a parlare con Luca, lui le dice solo una parola. e lei ritorna convinta. arriva Pashiet felice e onorato di portarci a casa sua e partiamo.

Olga ha preferito arrivare al villaggio a piedi mi ha spiegato che ha più senso arrivare così che non in macchina. ha ragione e ci prepariamo per due ore e mezza di camminata. Parashi ci raggiungerà in serata in macchina portandoci gli zaini. nel mio zaino ho messo lo spazzolino il dentifricio un maglione un altro pantalone dovesse fare troppo freddo due pacchi di ringo dovessimo avere cali di zucchero e gli assorbenti che mi hanno prestato le ragazze al campo visto che ovviamente mi sono arrivate le mestruazioni e che ovviamente ho scordato gli assorbenti in italia. questi assorbenti africani sono enormi e senza le ali ma con due cordicelle alle estremità che proprio non so dove infilare. nell'incertezza non infilo nulla e cammino con questa roba gigante in mezzo alle gambe.

Olga non ha zaino! Olga porta con sé solo una felpa.

Olga è una tipa interessante. ha l'aspetto mascolino è magrissima capelli cortissimi e piercing sulle sopracciglia. spesso fa discorsi sul fatto che vorrebbe essere un uomo; l'altro giorno a Luca ha spiegato che è assolutamente meglio essere maschio prima di tutto perché quando si è in mezzo alla savana e devi pisciare non ti devi abbassare rischiando pure che qualche zecca ti si attacchi addosso. ah Luca proprio le dà ragione io adoro pisciare contro il muro e poi rivolto a me dice terroncella se anche stavolta scriverai un diario ti prego di scrivere che adoro pisciare contro il muro. ecco Luca lo sto scrivendo LUCA ADORA PISCIARE CONTRO IL MURO!

con Olga mi sento femmina come quasi non mi sento mai perché lo sono più di lei ma poi questa ragazza è l'unica al mondo che io conosca a cui come a me non piace la pasta! l'adoro perché a cena attaccano a lei il pippone del perché non mangia la pasta e di come è possibile che un'italiana non mangi la pasta. ma Olga mangia davvero poco pochissimo. quando sono seduta vicino a lei mi ritrovo a dire a lei cose che di solito mi sento dire...devi mangiare, mangia! poi mi accorgo che la sto ammorbando lei mi dice sì sì certo certo vabbè vabbè le rispondo sì sì certo certo vabbè vabbè... in ogni caso uscieri sempre con lei oppure mi porterei dietro un cartonato sagomato di Olga e a chiunque mi dice che non mangio direi ma scusa guarda lei e a chiunque mi dice che non ho senso dell'organizzazione gli direi ma scusa guarda lei che sta andando in una boma senza niente!

durante la passeggiate le si infilano grosse spine nelle scarpe e qualche insetto la punge. a me niente. ho trovato la mia cartina di tornasole il mio parafulmine attira-guai.


Pashiet cammina divertito ascoltandoci parlare. ci raccontiamo. solo una domanda non ci facciamo: ma tu che sei italiana perché non mangi la pasta? aaar!! Pashiet veste una shuka diversa dalle altre. non è a quadri ma rossa con piccoli pois neri e fiori bianchi. quando Olga va dietro a un cespuglio a fare la pipì io e lui l'aspettiamo seduti su un sasso. gli chiedo "Pashiet ma così tanto per curiosità ma se incontriamo un leone cosa facciamo?" "niente" mi risponde "restiamo fermi lo guardiamo senza disturbarlo. il leone non attacca gli esseri umani se non lo disturbiamo."

ma comunque tu hai una lancia per fortuna. mi accorgo solo ora invece che non è una lancia quella che si porta dietro ma un bastone d legno. mi sorride e mi mostra invece il machete che tutti i maasai tengono sul fianco sinistro in una custodia arancione

mi dice lo vedi questo? se qualcuno vi importuna io gli taglio la testa. state con me, siete miei ospiti e non dovete aver paura di niente!

Yeah! questo sì che è un uomo!


Continuiamo a camminare Pashiet ci mostra le orme degli animali passati prima di noi. ci sono orme di leoni ma non sono fresche perché sono piene di terra invece ci sono cacche e orme di giraffa molto fresche e infatti eccole vicinissime a noi. sono una ventina di giraffe e tra loro ci sono tanti piccolini. Pashiet ci dice andate da loro non vi fanno nulla. ma se ci avviciniamo troppo si spaventano e allora torniamo indietro.

Sulla strada passano solo due macchine e una bicicletta. Pashiet si incazza con il tizio della bici perché ha suonato il campanello senza averne la necessità; gli chiede perché spaventa così le sue ospiti; il ragazzo si scusa ma spiega che ha suonato perché sapeva che ci eravamo già accorti di lui. Una delle macchine cha passa è guidata da Samson il manager del campo che torna dal villaggio. si ferma ci saluta e sorridendo dice che ha avvisato i maasai al villaggio del nostro arrivo e che sono felici che due muzungu sono curiose di conoscere meglio la loro cultura. ci dice sentitevi libere di fare quel che volete perché siete le benvenute e poi aggiunge con saggezza una frase applicabile a molte cose nella vita, samson ci dice “andate, e parlate di ciò che vedete e non di ciò che altri vi dicono“. Olga e io ci meravigliamo sembra abbia percepito che qualcuno ci consigliava di non disturbare. salutiamo Samson e proseguiamo con Pashiet.

quando arriviamo alle prime case è quasi buio. I bambini escono dalle boma e restano a guardarci ma non salutano come di solito fanno al passaggio delle nostre jeep. Pashiet li sente dire ma cosa fanno due muzungu a piedi a quest'ora e senza jeep?escono le mama e chiedono a Pashiet dove stiamo andando e Pashiet risponde vengono a dormire a casa mia e ridono tutti.


attraversiamo altre boma prima di giungere a quella di Pashiet. poi arriviamo. sulla strada lungo il sentiero verso la casa arriva una bambina piccolina e esile. è Nasseria, la figlia di pashiet che gli corre incontro e si ferma proprio davanti al suo papà che le mette una mano sulla testa e lui a confronto sembra un gigante. la bimba è intimorita da noi. la saluto in lingua maa SOPA! e sorride e scappa via. Alla boma Pashiet ci presenta sua suocera e il fratello e in men che non si dica c'e' un via vai di gente curiosa che viene a salutarci. si presentano e ci danno la mano e ci sorridono. arrivano tanti bambini SOPA! SOPA! che vuol dire ciao. io e Olga sappiamo dire solo questo. SOPA! arrivano ragazzi e ragazze di una bellezza incredibile e che parlano perfettamente in inglese. mi chiedono se sono spagnola gli dico che sono italiana e poi vogliono sapere chi è il presidente dell'Italia. rispondo che si chiama Napolitano. e allora mi chiedono se a me piace. rispondo di sì e che tra l'altro è un uomo molto elegante. e uno di loro mi dice questa è una cosa buona perché lui vi rappresenta. resto incantata e ripenso al fatto che in Italia siamo rappresentati dal berlusca, un nano con la parrucca e i tacchi alti. ho fatto bene a parlare solo di Napolitano. i ragazzi grandi vanno via. Pashiet ha messo tutte le sedie che ha davanti alla sua casa e fa sedere tutti, arriva anche Parashi e ci offre il thé maasai. non dovremmo bere acqua ma Olga si ricorda che Luca ci ha detto che tutto quello che ci offre Pashiet è tranquillo e possiamo berlo. il thè maasai è fatto di thé acqua latte e zucchero cucinato tutto insieme. è dolcissimo e molto buono. L'ha preparato Agnes, la moglie di Pashiet. seria poco sorridente e forse preoccupata a fare bella figura. Io e Olga torniamo dai bambini. c'è un gruppo attorno a me e uno attorno a lei. ormai è scuro e vedo solo gli occhi e i dentini dei loro sorrisi. non parlano swahili ma sanno contare in swahili e in inglese fino a dieci e quando arrivano a dieci si applaudono da soli. c'è licampa e nasseria che non mi lasciano un attimo. passa una mucca che agnes ferma e direttamente dalle mammelle prende del latte in un bicchiere e i bambini mi indicano la mucca il latte e mi dicono parole in maa. poi nasseria canta una canzoncina in inglese dice quando mi alzo nel mattino io lavo la mia faccia prendo il latte pulisco i denti mi vesto e corro a scuola. quando arrivano alla frase corro a scuola fanno un gesto rotatorio con le manine a pugni chiusi per simulare la corsa. sono di una dolcezza infinita. Glli insegno GiroGiroTondo e quando, dopo casca il mondo casca la terra, siamo tutti giù per terra si buttano giù e ridono di quella felicità che solo i bambini non sanno contenere. a questo punto il papà ci chiama e torniamo alle nostre sedie davanti alla boma. forse Pashiet è preoccupato che i bambini esagerino e ci infastidiscano. in un battibaleno i bambini non ci sono più restano solo in quattro e si siedono a terra con le gambe incrociate ai piedi di Pashiet e di Parashi. sono silenziosi quieti e guardano ammirati i loro padri che ai loro occhi devono sembrare dei giganti. gli uomini parlano fra loro senza curarsi dei bimbi che sono buoni buoni anche se non c'è nessun televisore a intrattenerli.

Pashiet vuole che assaggiamo il loro latte, lo fa solo Olga e poi ci entrare dentro per la cena. Luca ci ha mandato delle chiapatas , uova sode e banane. non abbiamo fame e mangiamo mezza chiapatas. sono le nove e Pashiet ci mostra il letto e come aprire e chiudere la capanna nel caso che durante la notte dovessimo uscire fuori a fare pipì.

Durante il giorno per andare in bagno si va dietro alla capanna, durante la notte va bene pure essere al lato della capanna. Prendo il mio zaino per cambiare l'assorbente prima di andare a dormire.


quando torno dal “bagno“ da dietro alla capanna vedo la luna che si muove in una bacinella d'acqua e accanto c'è un bimbo solo completamente nudo. si lava la faccia portando l'acqua fin sopra tutta la testa rasata. è tutto nero qui attorno e la luna disegna il profilo del bimbo e le gocce di acqua che arrivano fino alla sua piccola schiena. arriva il fratellino, si spoglia veloce nel gelo della notte, si accuccia alla bacinella e raddoppia il mio incanto. se dio esiste non lo so ma, se c'è, è nella poesia di questo momento, nella purezza di questi piccoli cuori, nella magia di questa notte piena di stelle. e se esiste son qui per lui con animo grato per il bene che sto ricevendo.


rientro nella boma, è talmente piccola che anche io che sono piccina devo abbassare la testa per entrare. è buia ma vedo la stanza dove devo andare perché è subito dopo la cucina dove c'è una brace e una candela che dopo agnes passerà a spegnere. Olga è sul letto che è un pavimento di legno con una pelle di mucca. abbiamo delle coperte per coprirci e altre da usare come cuscino. Il letto non è poi così scomodo e io ci sto bene, Olga invece deve piegare le gambe perché per lei è troppo corto. Olga ride cercando di non fare rumore e mi dice che la cosa più difficile da far capire ai bambini è stata che lei era una femmina e non un maschio. le dico che forse è per via dei capelli corti mi risponde cazzo stellì ma qua so' tutti rasati. sì vabbè ma pure tu guarda come vai in giro c'hai i piercing sugli occhi i capelli che sembri un punk cosa pretendi da questi ragazzi? e poi non volevi essere un uomo? finalmente lo sei.

e ma che cazzo! .... spè?

eh?

grazie per aver insistito a venire qui.

olga!?

eh?

grazie per avermi fatto camminare due ore e mezza per arrivare fin qui

stellì?

eh?

ma tu hai capito che le uniche due pazze qui sembriamo io e te? tu ti pari normale? no. nemmeno io. dormiamo.

mi piace questa ragazza.

nel silenzio sentiamo finalmente Pashiet parlare con Agnes, ci sono grilli che friniscono e le vacche urlano e c'è tutto un brulicare di un mondo notturno che nell'oscurità totale posso solo immaginare. sento urla di animali come se si stessero accoppiando e un cigolio dal ritmo costante come la rete del divano del mio vicino di casa a roma. forse è l'ora dell'amore degli incontri dei corpi e dei discorsi bui fatti in silenzio e per questo più chiari perché primitivi e non hanno bisogno di parole e non hanno bisogno di niente.


IL RISVEGLIO NELLA BOMA

alle cinque e mezza Agnes è già sveglia e ravviva il fuoco della cucina. io e Olga avremmo bisogno di cento massaggi stamattina. Olga si siede sul letto e io sbricio tra i rami che separano il mio letto dalla brace tutto quello che fa la mama. prepara il latte per i bambini che a uno a uno arrivano nella stanza. sono nudi e con due tazze a testa ricevono il latte che lasciano versare da una tazza all'altra. il più piccolo ha tre anni ed è stato mezz'ora a cercare di slacciarsi la scarpa per indossarla e nessuno si è sognato di aiutarlo.

si preparano per la scuola e fanno tutto da soli.

io esco fuori dalla casa per andare a fare la pipì. sto finendo le mie operazioni di cambio assorbente quando alzo la testa oltre i rovi e vedo una decina di bambini che mi stanno guardando e tendono la mano e vogliono che li saluti per il buongiorno.

ops. mi sbrigo ad alzarmi da terra e senza imbarazzo perché qui non c'è nulla di più naturale di qualcuno che piscia vado a salutarli. e rivedo con la luce del giorno i bambini che ho conosciuto la notte.

stanno andando già a scuola. tutti hanno in mano una sola matita e a tracolla una piccola borsa di tela e siccome sono tutte bucate vedo all'interno un unico quaderno. il bambino più dolce è Licampa nipotino di Pashiet, figli di un suo cugino. ha un sorriso allegro felice. eppure dalle foto che gli faccio ha sempre il faccino serio e triste e mi accorgo solo dalla foto che è l'unico bambino a non avere le scarpe.


con Olga li accompagniamo per un pò. passano donne con taniche vuote da riempire di acqua e asini pieni delle stesse taniche. una donna ci chiama è la mama, la suocera di Pashiet che ci chiede di tornare nella boma. quando vede la mia machina fotografica si mette in posa con il figlio vicino alle vacche.

le donne dell'acqua vanno e dopo molto tempo tornano. altre anziane di prima mattina raccolgono a mani nude la cacca delle vacche e la conservano da qualche parte. incominciano a uscire i primi uomini e i bambini più piccoli che appena ci vedono si mettono a piangere. mi mortifica far piangere un bambino solo perché esisto; amore piccolino non posso farci nulla se sono una donna bianca. il piccolo piange e le lacrime sono piene zeppe di mosche. anche noi stamattina attiriamo mosche da tutte le parti.

Pashiet si sveglia con molta comodità e dopo tanto tempo che è già arrivato Parashi. poi Parashi riparte per il villaggio dove ci raggiungerà Stefano. e Pashiet prende una sedia, si siede e si lascia servire il thé che beviamo insieme a lui. ci chiede scusa per essersi svegliato tardi ma era proprio stanco e parla con Olga e mentre lo fa rutta e tira su col naso soffiandoselo con la stessa shuka che indossa. anche il suo vicino che ha preso una sedia ed è venuto qui nella boma se deve ruttare rutta e si pulisce il naso con il vestito che indossa. Gli uomini parlano fra loro di un problema con il bestiame. Pashiet sembra il boss il capo e il fratello minore aspetta le sue decisioni mentre cerca di distrarre il figlio spaventato dalle muzungu.


Appena Pashiet lo decide ci dirigiamo verso il centro del villaggio per raggiungere Stefano e gli altri ospiti del campo. Ci vorrà poco più di mezz'ora. appena fuori dalla boma Pashiet si ferma e serio ci chiede siete già state qui stamattina molto presto e poi siete tornate alla boma? sì rispondiamo di sì. lui ride e col bastone ci indica i disegni delle suole delle nostre nike prima in un verso poi nell'altro. ullalla a Pashiet non sfugge nulla. Camminiamo insieme a scimmie che si rincorrono sugli alberi e chiunque incrociamo si ferma a salutare Pashiet. da lontano da dietro a un cespuglio due donne gli urlano buongiorno e gli chiedono chi sono le due muzungu. Lui riponde “hanno dormito a casa mia“ e le donne gli urlano ridendo “ma allora ci dobbiamo preparare per la cerimonia?“ Pashiet ride come solo gli africani sanno fare e traduce per noi. sembra orgoglioso di andare in giro con due donne.

al villaggio visitiamo l'ospedale e le scuole. alla vecchia scuola, frequentata dai piccoli, i bambini sono entusiasti e troppo agitati nel vederci. sono tanti tantissimi e ci corrono incontro e si attaccano alle braccia alle gambe mi tirano da ogni parte e mi chiedono what's your name? da dove vieni? i più grandi chiedono chi è il tuo presidente? e ti piace il tuo presidente? sei d'accordo con le sue idee? aiuto sono tanti.

da lontano corrono verso di me nasseria e licampa li chiamo e ridono felici e cantano GiroGiroTondo ma i bambini sono troppi e non si può nemmeno giocare. io dovrei fare una foto alla scuola vecchia che serve a luca ma mi pare impossibile gestire i bambini. chiedo aiuto a Pashiet che non ottiene molti risultati. e allora mi dice scusa lasciami fare una cosa per spaventarli e tira fuori un coltello non so da dove e come d'incanto tutti i ragazzini si ordinano in fila e mi si parano davanti e uno a uno fanno un passo in avanti e dicono il proprio nome. il metodo montessori a Pashiet gli fa un baffo.


13 GIUGNO'08. IL CAMPO DI LUCA.

Olga torna in Italia e stamattina a colazione ha la stessa faccia mia quando a gennaio son dovuta ripartire. la faccia di chi è sull'orlo di un pianto. a gennaio pensavo fosse l'Africa a mancarmi adesso a giugno ho chiaro che non è proprio l'Africa ma questo piccolo eco-sistema chiamato campi ya kanzi a farti venire il magone. in città nevrotiche come Nairobi o malindi ma anche watamu e mombasa non vivrei mai, troppo viziate e compromesse da un turismo massificato che ha inquinato e snaturato quel pezzo di Africa che ora parla italiano ed è una caricatura della sua stessa storia. città dove vedi donne bianche di mezz'età accompagnarsi a giovani africani affamati di soldi e uomini vecchi soprattutto italiani con ragazzine che si prostituiscono per poco e niente.

Il campo di Luca è diverso, Luca non è un business man del turismo ma è prima di tutto un sostenitore del conservazione e campi ya kanzi nasce con l'intento di salvaguardare questo pezzo di mondo e i suoi abitanti dallo scempio già compiuto in altre parte dell'Africa. I maasai di tutte le tribù keniote sono le persone più idonee ad appoggiare questo discorso. amano la loro terra e amano la loro cultura. sono uomini orgogliosi della loro storia e gli unici che possono vantarsi di non essere mai stati schiavi di nessuno. nel periodo della tratta dei neri,quando venivano deportati centinaia di milioni di africani in america, nella terra maasai nessuno è riuscito ad entrare perché venivano ammazzati. ma i maasai sanno perfettamente che bisogna accostare il nuovo al vecchio e adeguarsi ad un mondo che cambia senza perdere il senso della loro tradizione. Luca è un economista e un uomo intelligente e assolutamente innamorato di questa terra e rappresenta lo strumento necessario di confronto e di possibilità di rinnovamento senza omologazioni e perdita di identità.

è questo piccolo ecosistema che ti manca quando vai via di qua. un sistema che fa partecipe tutti ma che è chiaro ruota attorno a Luca che i maasai stimano e amano sapere di essere stimati da lui. Luca, il padano che mi onora della sua amicizia pare non rendersi conto di cosa è riuscito a fare e fa la stessa cosa che dice faccio io quando mi sottovaluto.

credo che chi fa cose con naturalezza non riesce a percepirne il valore.

Luca per esempio ad ogni correzione che effettuo alla nostra brochure e a ogni pagina nuova che costruisco mi dice sei troppo forte. tu non ti rendi conto. e agli ospiti che vogliono vedere la brochure introduce la visione raccontando la storia del nostro incontro sul web e dicendo di me che non sono un grafico ma che sono un'artista e che non dovrei stare nemmeno qui a fare il lavoro per lui o i dischi per i cantanti. provate a dirglielo anche voi perché a me non mi crede! mi fa sorridere e mi ricorda Vito che quando stavamo insieme diceva la stessa cosa. mi piacerebbe che un giorno accadesse che Luca conoscesse Vito sono molto simili. e Luca come Vito una volta all'anno fa una dieta che prevede un digiuno e beve solo acqua e una strana combinazione di pepe di cajenna e qualcos'altro di piccante che fa delle facce per mandarlo giù che mi viene da dire ma chi te lo fa fare. ma lui si sente meglio, il cervello è più lucido, il corpo meno stanco.

e chi l'ammazza a Luca!

ogni tanto lo vedo triste ma solo perché la sua famiglia è lontana da lui da tre settimane e gli mancano i figli e gli manca Antonella, la sua bellissima moglie ed amante.

Parliamo dell'amore io e Luca, del non-senso della parola fedeltà, e dello strazio della parola gelosia. poche parole nelle nostre conversazioni perché ci capiamo senza troppe spiegazioni. mi piace quest'uomo solido forte intelligente capace di crearsi attorno un mondo a sua somiglianza, innamorato pazzo della sua donna, talmente forte che mentre mi parla non ha paura di mostrare anche le sue fragilità.

Parliamo davanti al fuoco mentre gli altri dormono e sento chiaramente che di un viaggio non ha importanza né l'incontrarsi né il separarsi ma la condivisione di ciò che riesci a portare. l'incontro con Luca mi fa bene e fa crescere e solidifica un po' anche me. quello che lui apprezza di me è la capacità creativa e sono orgogliosa di portare la mia energia nel suo mondo. sono vibrazioni che restano anche quando saremo via ecco perché non esiste la separazione e non esiste l'abbandono.

sei troppo forte“ mi dice luca; “sì bravo luca ti chiamerò dall'italia per sentirmelo dire sempre“. “e io sono un fico“ mi dice Luca; “lo so che sei un fico Luca, io te lo dico sempre“. lalasalama, dormi bene. e l'askari mi accompagna alla tenda mentre Luca imbraccia un fucile per andare fino a casa sua. durante il percorso mi ha detto che a volte becca qualcuno che si ammucchia nelle tende e la mattina nella cucina mi indica due mi dice le vedi quelle? sono pettegole e hanno una voglia di cazzo che tu non sai. mi fa morire dalle risate quest'uomo. secondo me non gli manca proprio niente. e già lo vedo lavorare in mezzo a femmine che se stanno troppo senza un uomo gli ormoni le pregiudicano l'umore e tutta la giornata di lavoro. ma mio caro padano ma questo vale mica solo per noi femmine sai, vale pure per voi lo leggo dall'email che qualcuno dei tuoi dipendenti maschi mi scrive per chiedermi esattamente qual è il numero della mia tenda e un bacio segreto ma ...lontano lontano da Luca. ti raccomando Luca non deve sapere!


15 GIUGNO '08 IL RALLY AEREO.

fuori dalla mia tenda ci sono nel terreno canali scavati da formiche con la testa rossa che sono il triplo delle formiche che sono abituata a vedere. stanno costruendo un formicaio escono dalla terra camminano come in uno schieramento militare fino al buco fatto in un altra terra. sono migliaia e migliaia e non si fermano mai. fuori dalla mia tenda ci sono le vacche le uniche grasse della zona; sono grosse ma se mi avvicino si spaventano e scappano via. di chi riconoscono succhiano il pollice come fosse una mammella. supero le vacche e vado verso il workshop, il posto dove tutti i ragazzi dello staff vivono insieme. hanno stanze di legno, una grande cucina e una cuoca che cucina per loro, un posto dove mangiare tutti insieme e un altro dove passare il tempo. Faccio un giro e li ritrovo tutti radunati allo stesso punto insieme a Stefano e Clare. Stefano mi spiega che c'è un rally aereo e noi siamo un check point perciò deve avvistare gli aerei al passaggio e cronometrare l'arrivo sulle nostre teste. I maasai hanno i binocoli e le teste che guardano in alto. ci sono tutti e c'è il sapore della festa. c'è Clare con una cartella che segna ora minuti e secondi. arriva il primo aereo totalmente fuori rotta che chi ha il binocolo non lo vede. lo vedono gli altri a occhio nudo perché hanno una vista strepitosa.

il secondo aereo è perfettamente sulle nostre teste; scatta l'applauso dei maasai. gli altri passano chi troppo basso chi troppo distante, alcuni io non li vedo proprio. matasha allora mi piglia la testa e dirige il mio sguardo partendo dalla sua spalla il braccio la mano il dito fino a che non vedo. Matasha che non parla mai, chiacchiera in swahili ride e parla. cazzo ma lo vedi che allora parli. Matasha è il più altero di tutti, il più orgoglioso, il più maasai di tutti quanti. è un animale selvaggio di una bellezza sfuggente e irraggiungibile o raggiungibile solo da chi lui vuole che lo raggiunga. da me no, con me non parla. infatti mi affascina perché non si fa avvicinare.


mancano due giorni alla mia partenza e non ho ancora visto un leone. questa volta non li sento nemmeno di notte perché forse mi sono abituata alla vita nella tenda e di notte non ho paura e sprofondo in un sonno pesante. Luca mi dice se domani voglio uscire presto per cercarli. colazione alle sei e mezzo e partenza alle sette. WOW!


16 GIUGNO' 08 CERCANDO I LEONI...

alle sei e mezza non viene il maasai con la colazione ma non importa mi alzo mi vesto e raggiungo la tembo house dove prendo un caffè. devono essere le sette passate da un pò e non si vede nessuna jeep arrivare. strano qui sono tutti molto precisi e puntuali. aspetto paziente e se non arriva nessuno tornerò a dormire. fa freddo, ho due pantaloni, due t-shirt e un maglione di lana. parlo un pò con kapaito quando vediamo arrivare finalmente la jeep. alla guida c'è Matasha e mi è chiaro il ritardo e che trascorrerò la mattinata in silenzio.

Chiedo cortesemente se posso avvicinarmi mi saluta e salgo davanti con lui e dietro c'è un ragazzo che non ho mai visto prima. Buongiorno Matasha. ciao mi risponde in italiano. Partiamo. fa freddissimo e Matasha mi passa una coperta da mettermi addosso. non parla. mi passa un braccio dietro la schiena per riaprire e sbattere forte la mia portiera. nemmeno una parola e parte. c'è la nebbia. Sinceramente non avrei mai pensato che in Africa potesse esserci la nebbia. il ragazzo dietro non parla inglese. voglio fare un esperimento. voglio stare zitta tutto il tempo e parlare solo se sono interrogata. voglio vedere cosa fa questo Matasha. procediamo in mezzo alla nebbia e non si vede nemmeno un animale ma il paesaggio è surreale immerso in una coltre rarefatta e bianca. le colline verdi sono coperte da un velo opaco e tutto attorno io vedo come attraverso un vetro appannato.

a me dell'africa piace pure la nebbia.

Matasha riempie il silenzio solo quando vuole lui con parole che sono it's cold! are you ok?. per dire queste due frasi rallenta quasi a fermare la macchina e ancora con le mani sul manubrio si gira verso di me “It's cold!“ “yes! it's cold!“ riprende accelera dopo manco un metro frena si gira “are you ok?“ “sure,I'm ok!“ riprende, serio, guarda solo avanti e guida. e quando guida non parla.

a me sta bene.

a dir la verità ho una malinconia immensa. domani me ne vado. sono malinconica perché lascio questo posto o perché non mi piace la vita a cui torno? ho paura a chiedermelo. l'aria umida mi bagna la faccia e se mi scappa da piangere non se ne accorgerà nessuno. figurati poi questo maasai così distante.

arriviamo ai piedi di una collina che l'aria è già più calda e girando dietro sorrido al maasai che intravedo nella luce dell'alba che dipinge di arancione il cielo blu e bianco. ci sono zone lontane che hanno colori caldi e zone attorno a noi che sono una tavolozza di colori tagliati di grigio e di nero.

L'amico di Matasha scende dalla jeep con un salto. e corre come un fulmine su per la collina. Resto con Matasha e non capisco che dobbiamo fare. lui cammina lentamente con la macchina. incontriamo un congone e dice “congone!“ mi prende la testa e me la gira in faccia al congone. il congone dalla nebbia mi guarda, io guardo il congone e Matasha pure e gli dice CIAAAOOO in italiano con la dolcezza del papà col suo bambino. vederlo fare da quest'uomo che sembra un leone inaddomesticabile sembra un gesto ancora più tenero. mi dice io un poco italiano no inglese ma poco italiano io uno due tre quattro.... arriva a dieci come i bambini della boma. dopo il dieci riprende uno due con le dita delle mani. io rispondo in swahili

moja mbili tatu.. lui è contento. vuole contare e che si conti allora. contiamo. mi giro attorno nella nebbia che ci avvolge mi rigiro e lui si è messo i miei occhiali. i miei occhiali sono grandi e hanno due brillantini per ogni lato e Matasha sembra una via di mezzo tra michael jackson e un travestito. si diverte come un bimbo. gli dico in italiano se vuoi te li dò ma sei orrendo. e ovviamente non capisce. io ancora non capisco cosa stiamo facendo fermi qui nella savana. ma vedo da lontano tornare l'amico maasai di prima con un altro ragazzo. hanno in mano un oggetto grande come una vecchia antenna del televisore.

Capisco solo ora che Luca ha organizzato questo safari con i game scout del progetto simba. ci sono in questo territorio dei leoni monitorati con collari e la grande antenna che stanno aprendo e montando è un radar per rilevare la distanza.

questo oggetto ci porterà dai leoni.

l'antenna è montata è grande e ingombrante e ogni volta che la spostano per poco non ce la ficchiamo negli occhi tutti quanti. i due maasai dietro sono gentili e sorridenti e cercano in ogni modo di farmi capire quel che sta succedendo. Matasha dice “ok?“ loro rispondono “ndiyo“ per dire sì e si parte. quando Matasha pensa che arriviamo in un punto giusto ferma la macchina. il ragazzo con l'antenna si alza nella jeep e direziona l'antenna, l'altro ha una radiotrasmittente che dovrebbe ricevere il suono. niente. non succede nulla. si abbassano mi sorridono. Matasha riaparte. la scena si ripete due tre volte attraversiamo strade nere di roccia vulcanica e adesso che siamo vicino a una foresta il radar capta un suono. tic tic tic. di là. di là. Matasha si alza, prende la radio, si avvicina all'antenna, si riabbassa, prende il binocolo guarda in ogni dove. scende dalla macchina. va dietro alla macchina, riflette, fa il giro della macchina. passa da me, apre la portiera la richiude senza dire nulla nemmeno una parola. risale a bordo si passa la shuka sulla testa dice ok senza guardarci e riparte. i piedi nelle scarpe fatte di pneumatici sono bagnati e pieni di fili di erba. accelera. segue la direzione che ritiene giusta. frena. di nuovo il radar e adesso il tic tic tic è chiarissimo. SIAMO VICINISSIMI AL LEONE! Matasha spegne il motore scende e va dietro alla macchina. ma che fa dietro alla machina Matasha? bo!? torna sale in macchina e parla ai ragazzi. questi si tolgono la shuka prendono tutto e entrano a piedi nella foresta. scendo dalla macchina penso che posso andare con loro ma Matasha mi acchiappa per un braccio e sorride gentile e dolce e dice nooooo sgranando gli occhi sorpreso da quello che stavo facendo. ah! dobbiamo aspettare. dico a Matasha resta qua che io vado in bagno.

che libertà il bush, questo mondo che se devi pisciare ti abbassi i pantaloni e pisci senza problemi. in mezzo all'erba ci sono disegni fatti dalla rugiada e ragnatele giganti con insetti di ogni tipo e grandezza. vedo vermi arancioni e tutto un mondo di cose minime che strisciano nell'erba alta.

mentre aspettiamo ci spostiamo con la macchina poco più avanti. ma i ragazzi tornano senza aver visto il leone. Matasha sembra deluso i ragazzi mi fanno dei segni con le mani e capisco che il leone è qui vicino a noi ma in una zona fitta di vegetazione ed è difficile avvicinarsi. naaaaaaaa! il mio leone è vicinissimo a me e non posso vederlo. Matasha dice “ok?“ loro rispondono “ndiyo“ per dire sì e si parte. e io penso che questo maasai antipatico a cui non importa nulla di me e della mia voglia di vedere il leone mi stia riportando a casa. invece poco più avanti si arrampica sulla parte più alta della jeep e direziona lui stesso l'antenna e sentiamo chiarissimo TIC TIC TIC TIC ripetutamente TIC. i maasai dietro con la radio sgranano gli occhi per dirmi lo senti?.. si lo sento TIC TIC TIC. loro ripetono TIC TIC e si toccano il cuore. io capisco erroneamente che quel suono è il battito del cuore del leone. Matasha scende e li rimanda nella fitta vegetazione. grazie Matasha! ho pensato le cose peggiori di te scusa! I ragazzi tardano a tornare e incomincia a piovere leggermente. Matasha è raffreddato e starnutisce ripetutamente. gli offro un fazzoletto ma non lo vuole e si pulisce il naso con la shuka. gli offro una caramella alla menta e questa la vuole. piove adesso piu fortemente. ci mettiamo la shuka sulla testa e procediamo con la macchina più avanti per riprendere i ragazzi. siamo zuppi d'acqua. si spalma la mano aperta sulla faccia per pulirsi dall'acqua glielo vedo fare e lo faccio anche io e ci guardiamo da sotto lo shuka ridendo. mi cola il naso e mi pulisco con la manica del mio maglione e Matasha ride e anche se non vedo il mio leone oggi ho trovato una piccola chiave per entrare appena nel mondo di questo spirito libero, di questo maasai indomabile. arrivano i ragazzi di corsa sulla jeep. niente leone. piove piove andiamo andiamo. Matasha dice “ok?“ noi rispondiamo “ndiyo“ per dire sì e si parte. Matasha guida come un pazzo a volte per accelerare si alza in piedi e contemporaneamente accelera e guarda dal mio lato per evitare le grosse buche. capisco che devo guardare le buche: mi alzo dalla mia parte con la shuka sulla testa e faccio da navigatore. quando me lo dice lui mi risiedo. Buona tranquilla non lo contraddico mai nemmeno quando corre come un pazzo e abbatte pianticelle di acacie come nulla fosse. piove forte piove forte e lui corre. gli urlo in italiano Matasha sei un figo della madonna e la bocca mi si riempie di acqua. ride e risponde ya! gli dico cosa dici ya se non hai capito niente? ride e risponde ya! vuoi partire al posto mio domani per l'Italia e io resto quaaa? mi guarda ride avvicinandosi allo sterzo risponde no! no!

sarà una coincidenza ma ha risposto bene a tute le domande! nessuno dei maasai con cui ho parlato andrebbe via di qua. e se li invito a venire in italia rispondono yes! just to visit! solo per visitare. Matasha dice “are you ok?“ rispondo “ndiyo“ e ritorniamo al campo.



16 GIUGNO '08. QUESTA TERRA MI AMA!

alle due e mezzo vado a salutare le bambine a scuola. simaloi e mambei mi abbracciano mi baciano e hanno dei disegni per me. sono disegni davvero belli hanno usato stoffe perline nastri e polveri luccicanti e su ognuno c'è scritto I LOVE SPERANZA e dietro a ognuno una lettera per me con parole scritte con la penna rossa e la penna blu e le “o“ delle parole sono sostituite da cuoricini. hanno scritto alla fine GRAZIE MILLE! in italiano. le abbraccio le dico studiate! e studiate! mi abbracciano ma Mambei ha qualcosa di importate da dire all'orecchio dell'insegnante. Sylvia mi dice scusa so che non si parla nell'orecchio ma questa è una cosa davvero importante Mambei vorrebbe chiederti cortesemente quando torni di portarle un paio di scarpe rosa con i tacchi alti. Girls are girls! anche se vivi in mezzo alla savana.. bambine mie non so se tornerò ma se lo faccio vi riempirò di tacchi alti!



nel pomeriggio conosco i nuovi ospiti del campo. è una famiglia americana che mi piace tanto. Sono Richard, Melissa e le loro figlie adolescenti. staranno quattro giorni al campo poi andranno nel Serengeti e resteranno in Tanzania per due settimana a prestare servizio in un orfanotrofio e poi il papà porterà tutti al mare sull'oceano indiano. Melissa è una donna davvero molto bella e ha un tono di voce quieto e basso che riempie di interesse qualsiasi cosa dice. hanno voglia di farsi conoscere infatti comprendo il loro inglese quando mi parlano. facciamo un safari a piedi partendo dal campo arrivando fin sopra le rocce da dove si aprono vastità infinite di verde e di giallo della valle che si fondono con il rosso e il blu della roccia e del cielo. sarà il mio ultimo safari prima di partire domani e voglio godermelo insieme a questa famiglia che condivide tutto, ogni più piccola cosa trovata, l'esperienza di ogni animale che incontriamo. sono uniti allegri e le ragazze mi fanno un sacco di domande e ogni volta che rispondo ripetono al padre che cammina distante quello che gli ho detto. sono incantata che tanta complicità tra padre e figlie sia possibile.

oggi la giornata è davvero calda e io che da giorni indosso due pantaloni insieme sto soffrendo molto. allora mi siedo sopra un sasso mi spoglio e mi rimetto il pantalone più leggero e riprendo a camminare. camminando raccolgo ossa di animali. ce ne sono davvero tante qui e delle forme più diverse e poi sono attratta da alcune pietre che hanno la superficie colorata di blu o di rosso. sono pietre di origine vulcanica perciò estremamente porose. ne raccolgo una, da un lato è marrone e dall'altro è nera. Ne raccolgo un'altra sembra più anonima ed è tutta marrone. me la tengo in mano e ci gioco tirandola in aria camminando, cosa che non faccio mai. poi distrattamente la guardo e poi la riguardo. la pietra è più liscia delle altre ha pori meno vistosi ma perfettamente al centro ne ha due più grandi e non è perché sono una visionaria- che certo lo sono- ma non è per quello che vedo nel centro del sasso il disegno del cuore.

la mia malinconia di lasciare questo posto svanisce in un istante. e domani quando andrò via non sarò una piagnona. io amo questa terra e adesso so che anche questo terra mi ama e me lo ha voluto dire con un sasso e un cuore. molte persone molti animali passano su questo sentiero eppure l'Africa e la terra dei maasai ha voluto che trovassi io un messaggio di amore. e allora di nuovo: dio esiste? non lo so ma se c'è ha inciso un cuore in una pietra e mi ha dato la bellezza di rendermene conto. non scrivo più perché non conosco quali sono le parole per scrivere la felicità del mio cuore pieno, per scrivere l' AMORE e parlare della com-passione che provo adesso per me stessa.




17 GIUGNO '08. IL RITORNO.

alle otto sono pronta e vado alla tembo house a salutare la famiglia di melissa Stefano e stefanino. Stefano mi abbraccia mi dice grazie di essere tornata. averti è come non averti perché non dai problemi. Stefano è sempre molto galante disponibile e paziente con tutte le persone con cui ha a che fare che deve intrattenere e guidare nel safari. per me è un santo.


nel retro della tembo house ci sono i maasai che si preparano ad accogliere gli ospiti che arriveranno alle dieci e mezzo, la stessa macchina lascerà loro e porterà me al piccolo aereo, alle undici volerò dal campo e alle ventidue e trenta da Nairobi ho il primo volo per amsterdam.

Mi siedo sulla veranda con Pashiet Kapaito Solonca e gli altri ragazzi che liberano i gradini dalle foglie.

così torni in italia. ti dispiace andare? mi chiedono e rispondo di sì. Pashiet allora dice scusa ma io ti avevo detto di rimanere da me ma tu non sei d'accordo. effettivamente il suo ragionamento fila. qua tutto è semplice: vuoi restare? resta! basta che ti sposi. se vuoi sposarti c'è uno che sta cercando moglie. dove è il problema? il problema sono le pippe mentali occidentali dell'unione legata all'innamoramento l'amore la chimica. si va d'accordo non si va d'accordo. o mamma mia. Gli dico Pashiet ma tu sei sposato tua moglie sarebbe d'accordo?

“Sure! Deve essere d'accordo!“

“e cosa mi aspetta se vengo a vivere con te?“

“Puoi stare a casa mia, oppure ti posso costruire una casa di legno con il bagno dentro“

“no, non preoccuparti a me piace la boma“

“e allora ti costriusco una casa nella boma“

“ma posso lavorare?“

“sure! puoi lavorare se vuoi“

“e posso anche venire in safari con te?“

“sure! certo che puoi venire. sarai libera di fare tutto quello che vuoi.“

“davvero! allora chiediamo a agnes se è d'accordo.“

“she must! deve essere d'accordo se no io le taglio la testa io posso prendere quattro mogli.“

“e anche io posso prendere quattro mariti?“

“no, tu no. puoi andare con altri uomini ma deve essere secret io non devo sapere non devo vedere se no devo tagliare la testa.“

“a chi?“

“prima a te e poi anche a lui“

C'è una costante nella vita di Pashiet tagliare la testa a qualcuno.


“Pashiet allora torno, comunque grazie per avermi ospitata a casa tua. hai una bellissima famiglia e per me è stato un onore passare una notte con voi. I tuoi bambini mi hanno insegnato a dire alapa alacra sindai oleng (luna, stella. molto bello)“

“hai una bella pronuncia. ripeti con me....

e con un bastoncino scrive parole sulla pelle nera, le parole si scrivono chiare come su una lavagna e me le insegna. per cancellare le parole si sputa sulle mani e le cancella. mentre parla rutta e tira su il naso. dovrebbe essere nel momento di estremo corteggiamento anche se stiamo giocando eppure rutta scatarra e sputa. non mi fa schifo niente e mi sento presa da un razzismo al contrario: tutto quello che fanno i maasai mi sta bene, quello che fanno gli occidentali mi fa schifo.


i maasai che puliscono la veranda hanno braccialetti ai piedi. appena dico che sono bellisismi Pashiet dà un mazzo di chiavi a un ragazzo più giovane che scatta al comando e io capisco che sta andando a prendere un braccialetto per me. arriva con due braccialetti che Pashiet mi infila alle caviglie. sono grandi e allora li stringe con un filo di cotone spiegandomi come fare per aprire e per richiudere. ho i peli che mi stanno ricrescendo sulle gambe, sono piena di graffi e piccole ferite che non guariranno mai perché tolgo sempre la crosta. faccio proprio schifo ma Pashiet è tranquillo non si schifa della mancanza assoluta di femminilità delle mie gambe sulle sue ginocchia.


arriva una jeep che andrà a prendere gli ospiti all'aereo. io devo ancora andare a salutare Luca. Pashiet saluta il maasai nella macchina e mi dice vieni con me a salutare Luca. ma va dietro la macchina e piscia. mi giro subito dall'altra parte e cammino e allora mi chiama

“speranza, dove vai? devi pisciare?“

“no“

“allora andiamo da luca“

Nell'ufficio Luca mi dice “spé non c'è fretta. resta a pranzo con noi“


Vado al workshop con Pashiet e tutti i ragazzi, lascio il mio numero di telefono a Pashiet e dico a Sunte Parashi Solonca e Matasha che il mio numero ce l'ha Pashiet e che se vogliono venire in Italia saranno miei ospiti. li porterò a roma a napoli al mare... mi dicono ma sei sicura? e sono contenti. ma Pashiet mi dice a chi devo rispondere a telefono e a chi no e alla fine praticamente solo Parashi potrà venire a casa mia e telefonarmi. ma gli chiedo scusa ma non ero libera di fare quello che volevo? mi risponde sure! certo, ma devi avere rispetto per me!

azz!..


Torno alla Tembo house e passeggio nel giardino rotondo e incontro Luca che mi dice “stai respirando l'ultima aria dell'Africa?“ gli apro le braccia mi apre le braccia e ci abbracciamo davanti alla parata dei maasai pronti per l'acocglienza degli ospiti ceh stanno arrivando. sei proprio un fico Luca! mi risponde pure tu! sono felice di averti avuto qui.


a tavola siamo in 16! mai stati così tanti. sembra natale. appena dopo pranzo Pashiet mi accompagna all'aereo.

con martin il pilota e altri due maasai riempiono di carburante l'aereo prendendolo da un bidone trasportato con la carriola fino all'altezza dell'ala. carichiamo l'aereo delle mie cose e siamo pronti.

Pashiet viene a salutarmi aprendo le braccia. è la prima volta che un maasai mi abbraccia di sua iniziativa. gli dico posso abbracciarti? Sure! e mi dà due baci sulla guancia due bacetti piccolissimi poco lontano dalla guancia più verso l'orecchio sono i baci di un uomo che non è abituato a farlo.

mi dice

“ ci mancherai per tutto il tempo che non sarai con noi. salutami i tuoi genitori“

salgo nell'aereo nel posto accanto a Martin e guardo dall'oblò la nobiltà d'animo di quest'uomo primitivo (?) sevaggio(?) ceh resta lì a guardarci a sorriderci e salutarci fino all'ultimo, fino a che l'aereo non si alza.


Martin in volo mi sistema le mani sulla cloche e il microfono della cuffia. dice vedo che hai legato molto con i maasai. sei una bella persona spero proprio che torni. abbiamo una mano sulla cloche e con l'altra ci abbracciamo nel cielo e sono felice di così tanto amore dichiarato.


L'ORFANOTROFIO.

dopo un'ora atterriamo e resto con James per il resto del pomeriggio. Mi parla dell'orfanotrofio degli animali che potremmo visitare nell'attesa del mio volo. Non ho molta voglia di vedere animali in gabbia dopo averli visti liberi nel bush, ma abbiamo tanto tempo da passare. appena dentro l'orfanotrofio ci viene incontro un ragazzo molto giovane e ci fa avvicinare ad una piccola scimmia nera con pelo lungo con sfumature blu e la faccia bianca. è una scimmia molto rara. è all'orfanotrofio perché le hanno ucciso la mamma e da solo nella foresta non sopravviverebbe. ha le manine piccole ma incredibilmente simile alle nostre. le piace il mio bracciale e mi acchiappa la mano e alterna la destra e la sinistra per risalire lungo tutto il mio braccio. non mi graffia non mi fa male è morbida e ha unghia appena appena lunghe ma non fanno male. tenera. me la porterei a casa.


pochi passi e siamo di fronte a un ghepardo. wow! è come quello che ho visto nel bush. chiedo al ragazzo se poi li reinseriscono alla vita nella foresta. mi risponde di no che questi animali non sanno cacciare e morirebbero. trova anche lui che questo è molto triste ma se questi animali non fossero qui in queste gabbie sarebbero già morti. nota che non scatto foto e allora mi chiede la macchina fotografica. la prende e se ne va. sono sicura che torna. la gabbia del ghepardo è molto grande ci sono anche dei tronchi e zone riparate da una tettoia di legno. il ragazzo con la mia macchina fotografica torna e mi chiede. vuoi entrare? penso di non aver capito bene e mi faccio ripetere vuoi entrare?se vuoi possiamo entrare insieme il ghepardo non attacca gli uomini, il leone e il leopardo sì ma il ghepardo non attacca gli esseri umani. Naaaa! apre il lucchetto della gabbia e sono dentro con James. mi dicono va con sicurezza vicino a lei! sicurezza!? ho una paura.... il ragazzo mi dice please toccala toccala!

il ghepardo è seduto a terra. è lungo elegante con il corpo rilassato come su un divano ma la testa attenta. l'accarezzo. sembra di toccare i miei gatti e come loro mi fa le fusa. ma il rumore è di tanto più forte. non avrei mai creduto di poter accarezzare un ghepardo. sono accucciata a lui quando ne vedo un altro correre veloce verso di noi. cazzo che devo fare? in un nano secondo è da me. è geloso e vuole essere accarezzato pure lui! Ce ne è anche un altro che gira attorno ma non viene a farsi accarezzare. io sono tra il sorpreso, il contento e ho una paura terribile. ho due gatti e so quanto sono imprevedibili i felini. infatti questi animali sentono il rumore del babbuino che urla nella gabbia accanto e si alzano in piedi e scattano. in piedi sono enormi rispetto a me che sono ancora accucciata a terra. il ragazzo dice please toccali toccali! o cazzo che devo fare? mi avvicino accarezzo la testa e poi piano piano esco dalla gabbia.


il ragazzo con la mia macchina fotografica indica il percorso per continuare il giro. ma io sento ruggire. attraverso il viale e attraverso un gruppo di studenti maschi vestiti tutti uguali con pantaloni neri camicia bianca e una cravatta scura.

passo avanti e vedo il leone.

non scriverò di questo leone

perché quando mi innamoro forte di qualcuno

quello che succede in un sospiro fra me e lui proprio non ci riesco poi a raccontarlo.



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