Tra la veglia e il sonno

Ci sono volte, tra la veglia e il sonno, che io divento mamma.
Likampa è un bambino che ho visto solo due volte eppure è l'unico bambino al mondo che mi abbia fatto avvicinare ad un sentimento che una mamma può provare. Un sentimento che non mi è naturale. Penso di essere tutto tranne una che può un giorno diventare mamma.
Sarà per le mie storie d'amore scombinate dove anche solo la parola 'fidanzati' mi è sembrata una cella, un disegno di righe e quadretti dentro cui stare, un perimetro da non sconfinare, io che per il mio lavoro non riesco a progettare nulla se non su di un foglio bianco e le gabbie grafiche, come le regole a cui sottostare, come le feste da rispettare, mi fanno venire il mal di pancia.
Da sempre. Anche quando ogni 17 marzo mi fanno gli auguri per il compleanno.
Likampa l'ho conosciuto una notte, la mia prima notte trascorsa in una boma quando il mio amico maasai mi ha ospitato nella sua capanna. In realtà era sera ma sembrava notte fonda.

Di Likampa, e non so nemmeno se è corretto scrivere così il suo nome, vedevo solo gli occhi e i dentini mentre mi parlava, cantava e ripeteva qualsiasi parola, in italiano, in inglese e in maa, che io dicevo e che lui mi insegnava. Il giorno dopo alla cinque del mattino la luce ha dato un volto a quel bambino, il più dolce dei volti esistenti al mondo. un volto ormai a me così -e così stranamente- diventato familiare, se, senza controllo, nei momenti tra la veglia e il sonno, è qui vicino, torna a trovarmi.

Quando voglio emozionarmi io penso a Likampa.

Sono molto brava a indurmi le emozioni. Quando un uomo-improvvisamente- mi piace tanto, prima di scappare lontana miglia e miglia da lui, ci sono momenti tra la veglia e il sonno che so come pensarlo per emozionarmi. Ed emozionarmi non è il piacere di stare con lui o di amarlo, emozionarmi immaginandomi la prima volta di qualcosa, la prima volta che mi prende la mano, la prima che passo le mie dita sopra i suoi occhi chiusi. Questo mi emoziona più di ogni cosa, come la tensione di una mano a pugno chiuso che si apre e ti inonda di cose belle che si mettono in circolo nel sangue e che proprio dal cuore partono.
Nelle notti in cui ho paura mi figuro tutto questo e già mi calmo.
Ma mai mi era successo di provarlo per un bambino di cui vorrei essere mamma.
Pensa, se lo sapesse, che potrebbe pensare la sua vera mamma... ma tanto non lo saprà, e poi lei è una maasai: già solo per istinto capirà che amore aggiunge amore e mai sottrae, mai. E poi è solo una fantasia tra la veglia e il sonno, una dimensione fuori da ogni luogo e da ogni tempo, dove tutto può essere, se persino io posso intenerirmi desiderando di abbottonargli il grembiulino, preparare per lui la merendina, di chiudere la sua cartella.
Per tutti i suoi sorrisi sono certa che rinuncerei alla mia solitudine, riuscirei a diventare sociale, sarei felice di conoscere donne con bambini nei posti dove andiamo. Gli insegnerò a disegnare, disegneremo proprio tanto. Pensa che cosa deve essere un bambino che impara tutto da te; tra la veglia e il sonno il mio bambino mi mostra il suo disegno e dice 'è per te mamma'. Quanto può brillare un atto di amore inconsapevole? Lui è così innocente, la purezza dei suoi gesti non ha dimensioni misurabili.

Adorabile creatura sei proprio speciale, io abito lontano lontano lontano da te, ti ho visto solo due volte eppure riesci a fare di me una mamma, e solo con te io sono mamma, e senza te sono nel punto diametralmente opposto a questo in cui mi fai stare. Forse nel luogo senza spazio, tra la veglia e il sonno, il tempo si è fermato a quando ti ho visto la seconda volta e tu eri cresciuto di un anno, e io ti ho chiamato 'Likampa!' e tu ti sei nascosto dietro la capanna, me ne sono andata ma rigirandomi io ti ho visto che mi cercavi e, se ti guardavo io, tu abbassavi immediatamente lo sguardo, ma sorridevi e hai permesso a me di avvicinarmi.
io sono ancora lì a rincorrerti attorno alla capanna.
Tra la veglia e il sonno, questo è quello che mi figuro: l'immagine di te con addosso la shuka rossa, dritto in piedi, in mezzo a due capanne color fango e dentro un cielo azzurro con poche nuvole bianche ed un enorme foglia verde che ti protegge dall'alto.
Se è vero che le energie arrivano a chi amiamo, vorrei con tutto il cuore che ti arrivasse questa foglia come la preghiera di una mamma. Che gli dei di ogni credo, del mio cielo e del tuo cielo, possano proteggerti, possano darti l'incanto di guardare la bellezza del mondo che ti ha accolto, il coraggio di superare le cose brutte che inevitabilmente avrai, la forza di correre veloce per la tua strada come solo la tua gente sa fare e la fortuna di saperti fermare, di accorgerti, di contemplare la vastità della tua terra dalla roccia più alta delle vostre colline.
Figlio inconsapevole, che il mio amore ti riscaldi come dentro al più indicibile tramonto del vostro sole.

God bless you, my little boy
Tra la veglia e il sonno, la tua mamma.

12 baci sulla bocca

io sono una che piange. ho pianto ovunque.

ho pianto al cinema, ai concerti non si contano le volte che ho pianto.

piango molto anche davanti alla tv. mi piace tanto.

quando ho visto al cinema 'Storia di un cammello che piange' c'era poca gente, io ero con Simone che credo volesse sprofondare perché lì io proprio singhiozzavo. quando nasce il cammellino albino tutto bianco e ricoperto di terra, placenta e sangue e la madre che non vuol sapere di lui, quello è il momento che piango.
da quando ho il decoder ho scoperto un canale che mi piace molto, si chiama Cielo, lì danno una specie di reality ambientato in un reparto di maternità. e anche lì ci sono bambini che nascono. i bambini escono fuori mica tanto conciati bene, sono violacei, sporchi di placenta e di sangue e il cordone ombelicale è scurissimo. quello è il momento che piango. invecchiando ho notato che il momento che piango è più intenso, ma dura molto meno.
stasera per la prima volta ho pianto a teatro.
sono andata a vedere 12 baci sulla bocca e non sapevo nulla di questo spettacolo. ci sono andata perché lo ha scritto mario, lo ha diretto giuseppe e in scena c'è francesco.
li ho conosciuti quando ho fotografato lo spettacolo gomorra. e me ne sono innamorata, io mi innamoro degli artisti prima ancora che dello loro arte.
12 baci sulla bocca mi ha sconvolta, uno spettacolo pensato da uomini eppure così delicato da spezzare il cuore. le scene sono costruite ad arte e ogni frame è un quadro.
per il mio lavoro ho una naturale inclinazione per ciò che è bello, amo la bellezza quando non è solo estetica ma se ha qualcosa a che fare con il concetto matematico di armonia e di economia dei segni.
lo spettacolo ha una combinazione magistrale di questi elementi: luci, parole, silenzi, musiche. gli attori sono disegnati da una luce perfetta e dosano le parole, le pesano ai loro silenzi che s'affogano in respiri che fanno sentire dolore.
questo spettacolo parla d'amore. anzi, in questo spettacolo l'amore ti investe.
puoi essere innamorata o no, puoi amare un uomo una donna, puoi non amare nessuno, non importa. tanto trovi tutto là. è uno spettacolo da vedere nudi.

attraverso salti acrobatici due uomini si amano sul palcoscenico, non si sfiorano mai. eppure tutto è intimo carnale. è poetico. formano diagonali che si incontrano in un punto. quel punto è un attimo di eternità.
saltano e cadono giù pesantemente e dalle tavole del palcoscenico in controluce si alza la polvere, sembra uscire dalla ferita di chi ha scritto questa storia.
perché non puoi scrivere una storia così, così intima poetica, così fatta di sangue se non sei questa cosa. ci vuole talento e sapienza a mostrarsi nudi, ricoperti solo di terra, placenta e sangue.
e mentre assisto a questa scena penso proprio a chi l'ha scritta che non può non essere tutto questo, e a me che sono qui a diventare anche io tutto questo. a volermi mangiare tutto questo. io ci tornerò domenica e non so ancora se a riprendermi qualcosa di me rimasto in questo spettacolo che ha occupato anche lo spazio che c'è a mezz'aria. o a voler prendere ancora qualcosa dall'amore fragile, l'amore malgrado tutto, malgrado pure te stesso. l'amore che paga ogni maledetta ora d'amore.

per la prima volta in vita mia ho rosicato perché non posso fotografare uno spettacolo, per la prima volta in vita mia avrei pagato io per fare la grafica per la locandina di uno spettacolo.
che fico ragazzi che vi conosco. grazie per tutto questo lavoro. il vostro talento fa il mondo più bello.
spé

se bruciasse la città da te da te da te io correrei anche il fuoco vincerei per rivedere te
se bruciasse la città lo so lo so..

Galleria Borghese. Caravaggio, Bacon e la pulizia dell'Anima

Trovare in una sola sala Paolina Bonaparte di Antonio Canova, la Maddalena penitente di Caravaggio e Le Due Figure di Bacon è stato come trovarsi a terra perché investita o costretta a stare sotto alla tempesta e al contempo subire violento un canto alla Bellezza.
La Bellezza come ricerca estetica che prescinde dall'individuo e tende all'assoluto di Canova, la Bellezza come espiazione, purificazione dal dolore di Caravaggio, la Bellezza come istantanea deformata liquefatta e unica da fermare ora e per sempre di Bacon.
Tutto insieme, nello stesso spazio, lo stesso tempo.

Le scale fino al primo piano sono imponenti, girano attorno al palazzo in una spirale interrotta da larghe finestre. Da qua su Roma passeggia in un verde che non profuma di snobbismo e il vento muove nuvole basse tra i tetti di tegole rosse e il sole che mi sento sulla faccia. Da qua su Roma è bella e mi contagia, i pensieri sono tanti e contrastanti, e come sacchi pieni che poi si svuotano io penso a tutto e al suo contrario.
Da qua su Roma è bella e anche io mi vedo bella. Io che non lo sono, penso che avrei potuto invitare con me qualcuno oggi per farmi vedere bella, e per spartire, come si fa quando si ha qualcosa di buono da dare.
Ma il pieno e il vuoto, in questo spazio, velocemente, in me si alternano, e davanti alla Madonna dei Pellegrini il mio pensiero è già diverso. Davanti a lei sono felice di essere sola, una, e con sacchi vuoti e con le borse lasciate al deposito bagagli e con solo bagagli di non-amore che si sciolgono nelle lacrime che sto piangendo.

Ci sono dipinti di tante madonne qui alla galleria borghese ma questa Maria è l'unica che è mamma. Ed è l'unica di cui mi sento figlia. E di lui, di Caravaggio che l'ha dipinta io mi vedo madre a consolarlo e a tranquillizzare il suo tormento.
Il quadro è più alto di quello che immaginavo e mi figuro Michelangelo Merisi da Caravaggio con la scala salire, scendere, dar vita e non trovare pace.

Mi commuovo senza ritegno. Immobile, davanti a sconosciuti che passano, ma tanto ma chi vi conosce, e vorrei mettere fine all'ossessione di quest'uomo che invece trova pace solo se si raffigura decapitato al posto di Golia nel capolavoro di Davide con la testa di Golia. E lui non si disegna, lui dipinge direttamente; mi chiedo come è possibile avere in testa già tutto e vomitarlo senza un control zeta. la possibilità di un errore, di un ripensamento.
Il controllo preciso di ogni cosa e il suo autoritratto al posto di Golia, quale sarà stato il percorso mentale che gli ha imposto un suicidio? Lo sguardo è mortale di chi ha investigato l'oscurità più nera di se stesso e la lascia intravedere nella bocca socchiusa in mezzo ai suoi denti. E solo in Davide che ha in mano la sua testa trova compassione, la consolazione che si cerca spesso proprio in chi non è capace a darcela.
La Madonna dei Pellegrini è magistralmente esposta di fronte alla Madonna dei Palafrenieri. l'una guarda l'altra e ognuna parla al Caravaggio del suo fallimento di realizzare lavori rifiutati dai committenti perché non hanno nulla di spirituale, perché la madonna è troppo uguale ai pellegrini, troppo umana e ci sono segni della vecchiaia dei corpi luridi e dolenti dei noi pellegrini accolti sull'uscio della porta. Questo quadro è del 1600, un uomo ha detto qualcosa trecento anni fa e ancora la sua parola ha forza, come fosse eterna. Il quadro ha uno spessore più o meno di 5 cm di tela ingrigita e scurita dagli anni e chiodi di ruggine che imprigionano un mondo destinato a vivere per sempre. destinato a muovere atomi nell'aria e a far vibrare altri uomini, finché dura il mondo.

Da una guida, nella sala, sento dire che questa mostra che accosta Caravaggio e Bacon è un esperimento perché in fondo questi due artisti non hanno nulla in comune. Trovo invece che in comune abbiamo la rabbia del rifiuto. Bacon scappa via da piccolo dalla sua città perché omosessuale e non ben accetto. La sua pittura i primi tempi non la vuole nessuno e infatti dipinge e distrugge tele, la sua ossessione è dipingere quello che fu il suo amante morto suicida e rappresentarlo in trittici che mi ricordano i “profilo destro“ profilo sinistro“ profilo centro“ de L'uomo delle stelle. Lo studio sulla figura umana di Bacon non è rappresentazione didascalica del reale ma ricerca e analisi del movimento, i volti sono deformati come scatti sovrapposti di teste fotografate mentre si muovono e le parti inferiori del corpo sono liquefatte in scie come se dovessero lasciare il segno.

Mi siedo sul divano davanti alla Madonna dei Pellegrini che si riflette nel trittico dedicato a Lucian Freud di Bacon e nel riflesso ci sono anch' io e Oloferne decapitato da Giuditta dietro la mia testa.
La verità, la mia verità, passa sempre attraverso un vetro. attraverso una lente.
Come Bacon che vuole che i suoi lavori siano esposti con il vetro così ognuno può vedere un pezzo unico perché vede se stesso che si riflette, ecco io vedo me Caravaggio Bacon e la galleria borghese attraverso un vetro e, se potessi con una lente fotografare in questo museo dove non lo permettono, deciderei il mio autoritratto e troverei la mia essenza. Inutile volermi pratica, inserita, sociale e diversa. Nel bene e nel male io sono questa, sono nell'attimo più rarefatto di questo momento.
Speranza

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......

Ugualmente


ugualmente mi cuocio nell’illusione disperata di te...

tristemente aspetto che arrivi e so già

:non sei mica felice

sei vento veloce

mi spezzi ma ugualmente cammino a braccetto con la brezza che tiri

con il senso della frase che mi scrivi..

sei ruote_sei strada_sei terra_sei nero d’asfalto non ti volti_non ti fermi_non dormi ti muovi sei rapace sei capace non hai nomi

e non me ne dai. ma ugualmente ti aspetto con

l’ansia di entrare nella fogna uscirne e sparire

io non ti vedo da qua.

ho i tuoi occhi che mi guardano neri e il letto viola è una parola fraintesa.

siamo potenza senza fortuna.

siamo abbandono. prima ancora di essere qualsiasi cosa...




Follia


troverò nel tuo ardore quel che che si trova nelle fiamme :combustione e consumo.

è un errore legittimo bruciare nelle tue lande o pensare che

l’inconsistente amore che mi dai è tutto ciò che mi merito...

la follia rimbalza tra noi. non si fa mai vedere di chi è veramente.

ma impone silenzio. e ci mette a tacere coperti di niente.




LONDRA

QUATTORDICINOVEDUEMILAUNO


penso di me che sono incostante e che il mio bene è legato al bisogno.

non credo che le relazioni umane siano autentiche.

penso di me l’ipocrisia che non vedo.


non mi penso autentica e non ho relazioni sincere.


L’ apparenza è la superficie o il bisogno di accomodare i pensieri per sopravvivere e

questa merda che scrivo è solo un altro modo per venire a galla


ma percorro strade nere con pareti azzurre per stordire il cuore

che non portano a niente.

Mi distinguo annebbiata appena mi vedo e mi peso ogni pensiero nel mio corpo come in una città straniera.

e niente incontri e mai toccare veramente e mai trovarsi ma sempre solo schifosamente adattare un pensiero…

come adesso che scrivo per percorrere un’altra strada, l’unica che ho stanotte, l’unica che mi abbraccia, l’unica che mi riscalda, l’unica stanotte a non volere nulla da me.


vorrei scordarmi.

io.




superfluo scriverti amore perduto,


che nessuna inondazione è fatta per essere navigata e non navigherò. nel blu delle tue giacche giganti che con un abbraccio scioglievano e accoglievano, riempivano e sanavano vuoti ancestrali e ferite bambine

e ora.

la cura che trovo altrove ha colori diversi o forse è incolore se ho lacrime e non ha

armonia né bellezza e alcuna prudenza per il mio sentire.

il distacco per volare l’ho trovato nella malizia, la seduzione, nella donna che mi concedo di essere, eppure sento perdere e perdere me, te, la purezza, l’oro del nostro tempo morbido nella notte - il buio fitto fitto di silenzi e le mie lacrime >quando mi mancava il respiro<>

lieve mi parlava d’amore.

.....

Io non sono le mie parole


e poi diventi le parole che tu dici, un gesto che tu hai fatto e ti vedranno nel pensiero che ti presenta e che tu non sei o almeno non totalmente perchè la comunicazione non può essere una persona.

conosco la potenza delle parole

ma le parole non sono mai completamente il mio pensiero e il mio pensiero non è che una sfumatura di me

ma io sono quello che da me sentono, sono ciò che io ho già detto


Conosco le parole e per me la più potente è Paradosso.

Paradossale, la comunicazione e la vita ragionata

Che diventa matematica in un concetto illuminista superato già alla fine del settecento. Ricordo il gusto della lezione del mio prof di cui ero innamorata …e io mi innamoro sempre delle persone che stimo… “…la ragione può essere applicata ai problemi fissi e meccanici che scaturiti da una certa causa dànno sempre lo stesso effetto… ma non alla vita…non agli uomini…”

E qui lui iniziava.

La visione romantica dell’ottocento, l’uomo e il sentimento.

E qui io incantata.

Da tutti i movimenti delle sue mani. E si chiudevano a pugno per rafforzare le passioni ma aperte accarezzavano PAROLE e le parole erano “…imprevedibile perchè l’uomo è anche amore, l’uomo è passione, l’uomo è dolore” e per ognuno un movimento e su ognuno posava uno sguardo.



Lentamente e ondeggiando le carezze; col tempo allo stesso modo ho fatto con le mani del mio uomo, ma lui con le parole, il mio prof ne spiegava l’etimologia con tutto il corpo


Conosco le parole e la potenza

Ma la comunicazione davvero non mi rappresenta

e più che mai mi vedo contenitore inadeguato e parlo il mio pensiero inefficace a dire io chi sono; e mi immagino lo sforzo, di chi mi sta accanto, simile al mio; raccontarsi interpretarsi ma le parole inadeguate sconfiggono la conoscenza e restiamo contenitori intimi non rivelati e io esperimento macabra le mie reazioni e mi guardo funzionare il mio sistema di cui non sono capace di parlare.





Retrogusto a gennaio


Se trovi qualcosa di tuo nel corpo di un altro deve essere un altro speciale

un palindromo

>>>>>>>>>>>>>nel nome è!

cosa speciale

…mah…

speciale?!?

ho tasche di formiche rosse nel cappotto.^

>>>>mi fanno peso per ancorarmi al mondo. e non le butto che potrebbero bruciare e prenderei calore. >prendere; ma poi mi scordo di dare. e non sorrido.

cosa vuoi >>>>>>>>>>>>>>sorriso è linea curva ancora geometria

non uscirò più di casa se non sarò solo matematica


solo non vorrei scordarmi il mare >>>>>>>>>>>>benchè lontano il mare se nel cassetto

> ^^^>>>>>ho retrogusto

di sorcio secco.



Break Throught To The Other Side


le mie idee ora sono esplosioni di punti e pause con virgole decise scandiscono pensieri forze di lava energie di lampi e l’ altro pensiero è saltare nel mondo nelle città o dentro a un bicchiere

TUONAil mioCORPO

che salterebbe nel bianco dei tuoi bottoni /cavallo impazzito di sangue schizzato dalla furia del mare e trasporto infinito

E VIENI MONDO SALTAMI ADDOSSO

ho il cratere tappato.

ferma ferma e mai ferma un solo istante /pensiero del cazzo non mi fermare liquida e liquida liquida.....Liquida la mia leggerezza è anima piuma altro che… genererebbe mille potenti mille tremori mille scosse altro che. Alimenterebbe il mondo; altro che. libera io sono gigante nel mio corpo da nano da circo .sono un gigante senza zavorre da trasportare da far timbrare da far vivere sotto ad un tetto da coprire dal freddo da dar da mangiare da far accarezzare e nutrire di mille bugie di affetti infiniti di mani di occhi di mani di culi di mani di frasi di occhi di bocche e mani sempre uguali e odori e odori…

....

gigante assopito l’energia che non crea mi distrugge e muovo e mi muovo ma son ferma.

sfinita FERMA chiusa parentesi

cartellino magnetico. ordine. equilibrio. rumore. traffico.

a f f o g o…

gluglu....ho perso.

....

Il sangue dal naso


voglio amarlo fino a farmi uscire il sangue dal naso e se non esce voglio (e non voglio) sentire il bollore rumore del sangue che non trova l’uscita e si muove uno spasmo di dentro e mi guardo e infine distesa mi guardo le mani: se le staccassi dai polsi celebrerei d’incanto una via di uscita , penso.

senza polsi mi calmo

esplodo il mio sangue e il quadro è completo: il rosso del sangue, il divano è bianco, la parete è arancio. la musica è di bernd steidl e finalmente quando smetto di volere, nel liquido volare, sono niente

sparisco. vorrei che mia madre non se ne accorgesse. e tutti continuassero

mi pesava un pò la vita mbè?che c‘entra? liquida adesso ballo. e sono le parole di “Donna Cuncetta cacciate tutt’e ricordi ‘a ‘mpietto donna Cuncetta alluccate pè dispietto” e nelle vene delle mani di Totò che vecchio recita A’cunzegna: azzurre e sporgenti sembrano il tunnel che da casa mia porta a Sorrento con tutte le macchine dentro; nella corsa rallentata di Massimo nel Postino; tra le ciglia di Frida Kahlo sul suo letto all’Henry Ford Hospital; dentro i camion di JTLeroy sono la maschera e il rossetto di ciliegia che coprono il suo dolore e ho la mano di gesù perchè risponde sollievo la sua compassione

e poi e poi e poi per un istante sono innamorata ancora accanto a lui. e mi incanto e seguo il suo canto lui fuma e con la testa piena di capelli che muovono la musica sono pure quella e in quella SUA di musica che m’assomiglia lo guardo dormire e lo guardo guardarmi e mi riprendo l’istante di eternità e bellezza perchè qui io non voglio e non sono e non desidero niente

ma per quanto... continuo a respirare che palle mi devo ricordare di non tornare a guardare questo film

potrei decidere che non ho il plug-in giusto da istallare e per non soffrire una page cannot be found sarà più facile non tornare...

...e tutti imparano a spiegare qualcosa che rimane... sarà....nananannannaà.... un’altra strada che ci sarà-à ....nanà...e forse arriveremo in tempo ...mmmm....sarà ....tutto in un momento... oooo ‘e pò sputa ‘nfaccia a chi te sfotte e nun te dà non si può vivere e guardare qualcosa che fa male......mmm

e ppò nun mm’a ricord cchiu’ ma pino daniele mi salva sempre ... e tutto insieme io ho il sorriso disperato di Glen Close in quel film che non mi ricordo il titolo; il silenzio rivoluzionario di Clara nella Casa degli spiriti; tutto l’amore incazzato e deciso di Meryl Streep ne I ponti di Madison County; la dignità e il coraggio del padrone di casa nell’Oro di Napoli e tutto insieme respiro e adesso pure mi muovo

di scatto mi alzo ma sono certa che a rallentatore vedrei il mio corpo rispondere più che alla forza di gravità ad altre forze orizzontali e a vederlo il movimento è quello del lenzuolo a due piazze quando si rifà il letto che si gonfia di aria sbattuto da braccia pesanti e partono le onde -dalle mani al lenzuolo: rigide e strette e poi ampie e leggere -profumo di Omino Bianco al sapone di marsiglia

mi affaccio. allo stesso modo del lenzuolo ora le nuvole si stanno aprendo gli associo il profumo di Omino Bianco al sapone di marsiglia

e mentre ragiono quante cose posso decidere di diventare in un quarto d’ora per sopravvivere oppure non farlo e tutti i buoni eccellenti motivi per fare sia l’uno che l’altro, ho compassione del mondo un dejavu e una percezione

in cucina mi faccio un caffè. onestamente mi vien da ridere.



Momentaneo


abito il vento in silenziosa solitudine a cullare il non ritorno e nessuna casa.

alcun rumore mentre brucia il mio tempo senza attesa: ne scruto il senso comodamente e, di vista acutissima, il procedere /celere e scomodo/ di me e di tutti dentro relazioni sull’uscio con qualcuno che, becco adunco, accenna ad un aiuto e mostra artigli: non entrare!

procedo a forza di carezze accennate e tiepidi calori.

della mia assenza non se ne accorgerebbe: la gente che mi ha sorriso è già altrove, passeggera di un altro mondo.

mi isolo in questa città senza vicinanze /nemmeno dentro il corpo del mio amante trovo occhi aperti e non li trovo che brevemente in te amica mia

ma forse li ho già chiusi io da tempo.

sono napoletana e so cos’è il calore; il fuoco dell’abbraccio è quieto sotto il vulcano che quando sono alla finestra /da lì lo vedo sempre/ fa cenno di aspettare... e il volo immobile riposa su correnti ascensionali come in alta quota sa sfruttare la strategia naturale di aquile e di altri rapaci.

e mentre tutto accade. e mentre tutto passa. calmo ogni respiro, fino al prossimo segnale. il lusso di un suicidio momentaneo: me lo concedo

dormo.



Contaminazione


non so fare bolle di sapone con un filo di foglia

invece di stare qui ad arrossarmi il viso con questa stufa e rincoglionirmi il cuore di tv

invece di dover stare /fottuta in un mondo di perdenti fallito di schifezze ipocrite


scelgo la mia apnea più facile per non dover stare più a sentirti

dentro al posto da dove eri venuto a riprendermi


e tu non devi più guardarmi!


mentre passo la mia nel prêt à porter che ho trovato, la vita puzza /e mi libero della tua menzogna, la contaminazione

ed ecco qui che sei merda come tanta merda.

ed ecco qui che sei morto.


quello che hai fatto a me tu non lo sai;

quello che mi hai tolto non lo capirai mai.




Solo in giorni chiari porto i miei capelli a passeggio


particolari in difficoltà dentro frammenti di bocca e coriandoli intestini spappolati /quale te stesso in un frantume senza peso specifico e nessuna unità sufficiente a seppur minima vita spezzata /è sprezzante.

solo in giorni chiari porto i capelli a passeggio a consumare un tempo e un destino distorto distaccato /e DISTACCO diventerà il nome mio più appropriato almeno a marzo o forse fino a aprile sulle sabbie labili di una mente affollata e da questa io mi affaccio ed è per questo che cerco cose vere sentite appropriate. e dove cercare costretta in un istante recondito /profondo.

superato il secondo, dopo è tutto diverso /e INCOSTANTE il nome mio più appropriato adesso e non oso avere fede neanche in me o posso solo riconoscermi e confondermi in me stessa senza uccidermi. strade e direzioni con orientamento orizzontale o verticale per parole a bandiera a destra se tutto va bene tabulazione a sinistra.e punto. e un’altra morte dopo il punto. non c’è che andare a capo dentro la rinascita di un foglio nuovo e per non spaventare il suo bianco: -- e scelgo ciò che di me voglio salvare a partire dai capelli -quelli mi piacciono - e gli scatti nevrotici nelle mie mani e i piedi: nevrosi che mi ricordano che devo ricordarmi di me.

piove /il mio angelo mi fa sorridere nella pressione della macchina degli abbracci fatta di legno e cuscini e il morbido ha il profilo di un vettore risultante, ha il segreto della serenità nella forza della disperazione.

...

Untitle


mi guardai ripopolare i sogni degli stessi inseguimenti e come sempre poi scoprivo che

chi mi difendeva era quello che voleva farmi più male... ma all’inizio non lo sapevo.

e rividi ritrasformare il mio malessere in notti insonni e le grida che avrei dovuto fare e che

non facevo in stanchezza il giorno dopo.

Passavo il tempo a disfare quello che di me avevo fatto. dovevo recuperare. senza più conoscenze che non erano mie o esperienze che non avevo fatto e pensieri non propriamente miei e perfino fantasie che chissà dove avevo copiato. volevo disfarmi e ritrovarmi.

mi accorgevo che un malessere mi privava della gioia di stupirmi e godere della compagnia di altre persone come me stratificate in mondi acquisiti e per le quali avevo ammirazione.

a volte quella strana “cosa” mi spingeva da dentro e non gli davo retta ma se insisteva riusciva a trasformarsi. ed ecco che al buio e non necessariamente ad occhi chiusi mi figuravo una enormità di pixel; avevano forme di lamette, siringhe e fuoco.

nudi. crudi. pesanti. decisi e senza alternativa;

mi si fissavano nella testa e mi davano pace solo se uscivano.

è proprio il caso di dirlo: mi davano pace.

altre volte seguivo movimenti e sequenze di frame in animazioni che visualizzavano me, una parte di me, un frammento di un frammento di qualcosa impresso dentro al cuore.

e mi davano pace quando uscivano.

qualcuno definì queste cose arte e me lo ricordo bene perchè ricordo la gratificazione che ne derivò; ma in ogni pezzo di quell’ “arte”, di mio c’era tecnica e c’era una ferita.

Io non amo viaggiare ma immagino che assistere a come il cervello trova sempre vie alternative per comunicare cose che consciamente si vorrebbe soffocare deve fare lo stesso effetto che fa trovarsi negli spazi immensi della regione del Mustang dove ti meravigli dell’aria, il fuoco del sole sulla pelle, del contatto dei piedi con la terra, la violenza dell’acqua, dove ti meravigli dell’immenso, della natura e delle sue regole.

e il mio cervello seguiva le sue regole. Produceva elaborazioni digitali; trasformava - in qualcosa di bello da vedere - lamenti e urla soffocate per un abbraccio che non avevo saputo dare, per un “amore mio non piangere” che non avevo saputo dire, per una amica che non avevo più visto,

per la mia famiglia che non avevo saputo amare se non da lontano, per tutti i capitoli della mia vita che si aprivano e che dopo - seguendo leggi fisiche severe - si chiudevano per sempre e i protagonisti del capitolo successivo quasi niente sapevano di quelli del capitolo di prima seppur fondamentali importanti decisivi. e follemente amati.

Avevo condiviso odori di mare a Lampedusa con un uomo allegro e abbronzato orgoglioso di Catania, ò lieottro, granite e uova di pescecani e il castello di Portopalo, il teatro greco di Taormina, i negozi e le chiese della Sicilia che lui aveva illuminato. E poi Sant’Agata e la devozione. Le Egadi, le Eolie e Capri, i pescatori; la sua gelosia.

Avevo scelto la mia amica sorella in una storia in cui imparai ad annullarmi e conobbi l’amicizia,

i viaggi, la nostalgia, la paura e infine il distacco come un lutto.

ma nessuno aveva colpa e non c’era colpa. Imparai la rassegnazione.

La cadenza ritmica del suo italiano non l’ascoltò il mio amore più grande, perchè lo conobbi un anno dopo la partenza di lei per il Brasile. e io mi persi dentro di lui. scoprii cosa ero capace di fare quando amavo. Scoprii la bellezza di un uomo e la bellezza di stare insieme senza progetto. la magia, la sua musica la sua sensibilità che confusi con la sua forza. Lo persi -o lui mi perse ma non ha importanza- quando scoprimmo le nostre fragilità. mi rifugiai dentro i pixel ancora e ritrovai la mia casa. regredii fino all’infanzia per stare in mezzo a odori di caminetto e vapori di ferro da stiro e tazzine di caffè e il vulcano alla finestra, dentro i film di Totò e Troisi la musica di zio Pino, mia mamma mio padre i miei affetti e qualche vecchia zia che mi rassicurò. Mi guardai quasi trentenne scrivere. e chissà queste stesse parole quali urla sostituirono

chissà da che cosa di preciso mi stavo difendendo e quale desiderio stavo mortificando.

e per quale motivo adesso non avevo più nessuna risposta, nauseata dal misto di sarcasmo e nostalgia che mi aveva fatta adulta.



Pantelleria. L’isola che c'è


Ritorno da Pantelleria/ ventunonovezerodue-notte


E’ stato innaturale: il viaggio, l’aereo, il tornare.

Tornare dove c’è troppo rumore, troppa luce nel cemento e in luoghi chiusi.

La mia vacanza a Pantelleria.

Appena scesa dall’aereo l’isola l’ho sentita incazzata nel senso di cazzuta/ a Pantelleria tutto è deciso: la pietra o il mare/dagli scogli al mare, non c’è una sola spiaggia; ma c’è il mare o la montagna/ l’acqua o il fuoco/

Pantelleria in verticale: dal fondo del mare con la maschera a fare il morto al contrario- sospesa-danzante e morta a invadere i pesci con le meduse guardiane e incazzate; all’alto del monte Gibele e la passeggiata della Favara grande/Distesa e stanca, dopo due ore di passeggiata alzo gli occhi e le nuvole di Pantelleria/ le nuvole di Pantelleria, dell’isola del vento, non stanno mai ferme/ mai neanche un solo secondo/manco un nanosecondo mai ferme e qui incomincia un’altra danza e ci vai dentro non puoi evitarlo perchè già ci stai dentro/ o avevo fumato o le nuvole di quel cielo erano in 3D;

i livelli di nuvole sovrapposti si muovevano ma lasciavano il varco per entrare, esplorare, elevarti.

Pantelleria è movimento, la naturale evoluzione dell’anima.

Lì sei tu.

non puoi sfuggire/ verace genuina tu senza trucco senza vestiti senza ghirigori, senza la tua maschera. La gente di Pantelleria ti guarda l’anima.

Abbandonarsi e lasciarsi andare e a Pantelleria ho nuotato sott’acqua, ho guidato la macchina, ho mangiato cose mai mangiate ho abbracciato , ho incontrato e ho trovato pace ho trovato forza/ ho vissuto con i ritmi naturali dell’isola/ perchè è lei che decide! Pantelleria e il suo mare decidono di far arrivare e partire la nave per Trapani/ Pantelleria e il suo cielo possono non farti partire in aereo/ Pantelleria e la sua luna/ splendida gigantessa luna pantesca/ti illuminano i sessanta gradini del dammuso per tornare a casa a notte fonda/Pantelleria avvicina i cuori semplici/ e c’è una energia - questa non la so scrivere ma c’è qualcosa di troppo speciale a Pantelleria.

A Pantelleria le coincidenze non sono mai coincidenze… e se incontri qualcuno è perchè dovevi incontrarlo e se lo abbracci è perchè dovevi abbracciarlo e se ti parla è perchè dovevi capire qualcosa - per te. A Pantelleria ho guardato la mia amica e ho visto la sua anima divina come la mia/ l’ho sentita ridere e parlare con un uomo e avrei voluto fermare l’istante per lei/ ti adoro anima bella/ a Pantelleria ho ascoltato musica fino a tardi con il capitano; il naufragio nel suo dammuso in pietra viva in mezzo ai suoi acquerelli, ai colori segreti a parlare del dolore non urlato fuori, dell’embolia e l’immobilità che frantuma i pensieri; ma poi ha preso la chitarra classica e la notte ha sognato con la sua ninna nanna che tremo al ricordo della luna tra cento tra mille o forse tra infinite stelle/ le stelle; ogni tanto ne cadeva una, manco il tempo per un desiderio perchè proprio non potevo desiderare nulla, nulla di più con il cuore pieno e la bellezza che invade i sensi.

Tutti i sensi.

A Pantelleria ho incontrato Nuccia.

Nuccia canta, suona la chitarra, insegna ai ragazzi al liceo, vuole fare la guida trekking, potrebbe fare il sindaco, vuole fare silenzio intorno a lei, vuole gente intorno a lei e quando dorme parla nel sonno e a colazione parla con gli occhi ancora chiusi dal sonno; dice di non farci caso che “…è il mio istinto, è come una marmellata che si apparecchia sulla tavola”.

Nuccia è una bella donna ma anche un pò maschio e anche un pò scugnizzo. /un’ esplosione vulcanica e come il vulcano quando meno ce lo aspettavamo ci ha osservato e parlato di noi/ con la forza di chi sa donarsi e amare anime sorelle non ha lesinato parole per noi e racconti incredibili di incontri mai casuali e ricchi di confortante spiritualità/ Nuccia quando la incontri dà conforto e fiducia con tutti i movimenti e i movimenti dei suoi pensieri dei suoi progetti non è ferma mai è come la sua isola/ Nuccia è Pantelleria.

A Pantelleria c’è odore di capperi sotto sale, dell’uva zibibbo i fichi d’india, la pasta di mandorla, la granita di gelsi,la gentilezza nobile del contadino Pino, la sua orgogliosa fierezza, i panteschi che si spaccano la schiena per lavorare in mezzo ai muretti a secco chè il vento troppo forte fa crescere alberi d’argento in orizzontale /

A Pantelleria l’ora della colazione dure tre ore: perchè Pantelleria è femmina!

A Pantelleria la caponata di melanzane con mandorle è il motivo vero per mandare il mondo affanculo e tornare a Pantelleria… quanto meno a riprendersi il cuore lasciato in apnea e senza fiato nel dipinto del cielo al tramonto a Punta Nicà.




Stamattina una cliente mi ha fatto incazzare


La tua pornografia trasudava che nessuna corda ti avrebbe mai cantata. Sei arrivata arrogante a giudicare il mio lavoro, la scelta dei miei colori e a cambiarmi le font che tra parentesi io non ti cambierò.

Col corpo della più volgare mignotta con i tuoi colori vaniglia e la bocca troppo grossa mi hai dato del tu senza chiedermi il permesso/ del resto ti sei permessa di ideare un calendario che è “un elogio alle donne” hai detto, sempre con quella bocca troppo grossa troppo aperta, tu che le donne non sai neanche che sono; impegnati a simulare i tuoi orgasmi piuttosto che seminare arroganza e maleducazione di fronte a me che ho lavorato con devozione.

Hai la bocca troppo grossa, tienila chiusa che nessun uomo riempirà la tua mollezza che quelli pure sanno che ci vuole cuore a scegliere un colore, a guardare un’armonia. Ma con la puzza di fumo e i capelli unti, vorresti ritoccare le borse sotto gli occhi di Dacia Maraini, accostare un colore albicocca a Margaret Mazzantini e indegnamente ragioni la foto di Alda Merini “E’troppo brutta, non potresti farci nulla”E’ qui che ho chiaro te , le macchie della tua gonna, la bocca grossa e lo sperma dell’uomo che ti ha mandato qui a delirar di poesia e di donne.

Dubito la riuscita delle tue prestazioni extra: ci vuole cuore anche a far godere un uomo! FOTTITI! questi i colori queste le font: non lo cambio il mio lavoro!